martedì 28 luglio 2015

Nuovo e scintillante sito

Con la presente sono a comunicarvi che... finalmente ho aperto il nuovo e scintillante sito. Potete quindi trovare tutte le novità di Causticissima  qui www.causticissima.com

Volemose ancora bene.

A presto,
Causticissima

martedì 7 luglio 2015

Soddisfatti o ritornati.

Avevo già preparato i bagagli, rivisto "Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi" -l'ho fatto veramente- ed acquistato i biglietti per trasferirmi nel forno, quando d'improvviso, ecco la.
26°C

























Ho dovuto fare mille carte per disdire il trasferimento! Avevo anche già versato la quota di tutta l'elettricità fino a settembre. Comunque devo dire che qui sono disponibilissimi, hanno capito la situazione e mi hanno ritornato i soldi.

Soddisfatti o ritornati. Io l'ho sempre detto.

Insomma niente forno. Peccato però, perchè se ci avessi passato qualche mese avrei, chessò, scritto una commedia teatrale o posto fine alle sofferenze della vita quotidiana.

E invece niente. Il Canada ha deciso che è estate anche per lui.


Resta il fatto che il Canada non ha ancora deciso di avere le spiagge. Allora ho pensato di fargli vedere qualche video motivazionale. Sulle cose che uno vuole e come ottenerle. Su come arrivare passo passo a quello che si desidera "perchè se davvero vuoi, puoi: in dieci piccoli passi." Tipo i dieci piccoli indiani. E' UN GIALLO!

E invece niente. Il Canada non vuole migliorarsi. Niente passi, niente indiani, niente spiagge e soprattutto, NIENTE GIALLO.
 
Pensate che gli ho anche fatto notare che lui, gli indiani, ce li aveva pure in casa una volta. Sarà per questo che li ha decimati? Dietro la lobby dei primi coloni europei ci sono le spiagge? non volevano trasferirsi? E ancora, le spiagge avevano paura dell'ignoto continente o semplicemente non credevano alle promesse del Canada e del "pare faccia caldo"?

Dovrei fargli incontrare Tony Robbins, magari ottengo qualcosa. Io e te, Canada, possiamo farcela insieme. Io credo in te. So che un giorno anche tu finalmente avrai le spiagge. 


Cosa dici Canada? le hai già?

Ah.... dici questo....

Il lago (in mancanza di mare). Vi preciso che questa foto è stata scattata alle 21.00 circa.

Ah sì, questo è il Sylvan Lake. Dista circa 1.30h da Edmonton e praticamente è la Grado degli Edmonton...iani? Sì, edmontoniani mi piace. Ok.

Got it?

Grado=Sylvan Lake. Paro paro!





Mentre qui il Canada si era un po' distratto... era tornato alle vecchie abitudini. Non si stava sforzando. Niente Tony Robbins e libri sull'autoguarigione, niente training autogeno (madonna quanto sei anni '90 Canada) e niente meditazione Vipassana. Niente passi, niente indiani, niente spiagge e niente giallo.


In conclusione, a seguito dell'amara scoperta dei 26°C, voglio smentire le dicerie che avevo troppo frettolosamente confermato e annunciarvi che sì, anche in Canada ci sono temperature sopra i 18°C. Detto questo poi appena il sole viene ricoperto da una piccola nube ecco che si torna al caro buon vecchio freddo cane. Non abituiamoci troppo.

E poi, in caso di disperazione, c'è pur sempre il forno.


A presto,
Causticissima.



martedì 23 giugno 2015

Il cielo in una stanza e climi ventilati

Per continuare la saga del "mi sento molto italiana" vi comunico che ho giustappunto cominciato una produzione di pane fatto in casa. Non vorrei mai che lo stereotipo degli italiani che stanno sempre a cucinare, mangiare e a gesticolare facendo un gran casino, sfumi per via di una sparuta donna italiana ad Edmonton, Alberta.

La necessità di produrre pane fatto in casa è dettata dal fatto che il pane qui, come ormai nella gran parte del Friuli, è quasi sempre prodotto industrialmente e tendenzialmente acquistato in comodi dispenser in plastica. Non riuscirò mai ad esprimervi abbastanza il mio disgusto per quel pane mollissimo, senza crosta e pieno di alcol  etilico (utlizzanto come conservante). In tempi universitari ed in seguito in tempi di lavoro intensissimo, me ne sono nutrita come i pesci con il loro mangime ma perdonatemi, ho peccato, molto peccato, per questioni di sopravvivenza!

Già in Italia avevo provato ad assemblare dei panini di mia produzione con dei risultati direi pessimi che mi avevano permesso di ingurgitarne il risultato e non di godermene il sapore. Un po' come diceva un mio conoscente del suo laptop: "il mio computer è PORTABILE non portatile". Per via del suo altissimo peso specifico. Ecco, diciamo che anche i miei panini erano ad altissimo peso specifico.

Ma tutto questo è finito.

PANINI BUONI: SO PROUD!
Sono orgogliosa di presentarvi i miei primi panini buoni e non solo commestibili. Ci sono margini di miglioramento ma sono sulla strada giusta.



Per farvi capire il tipo di pane che producevo prima, eccone un assaggio (disgustoso):
Panino commestibile dal gusto e consistenza deprecabili


Panino "portabile" ad altissimo peso specifico
























Inoltre, vi annuncio che ho anche cominciato a far crescere il lievito madre. Eccolo qua:
Il mio bambino: la sua prima smorfietta!
Il mio piccolo ha una settimana. Non è bellissimo? Si chiama Zio Billy. Il nome lo ha deciso MrRancic e deriva dal fatto che mentre cercavo di fargli il bagnetto -al lievito non a MrRancic- ho dichiarato: "Zio Billy, non esce!". MrRancic non deve aver sentito la virgola, e forse nemmeno il punto esclamativo, e così è successo come per quella diceria che ognuno si sceglie il proprio nome prima di nascere: lui ha voluto nascere con quella consistenza ingestibile? e mo' si tiene sto nome!

So che ora vi starete chiedendo come faccia un lievito madre ad essere Zio Billy ed al contempo essere figlio delle mie mani (e di qualche miliardo di battere che ci vive dentro). Però ragazzi, adesso, non posso mica darvi tutte le risposte! E poi che ci devo fare io se ho il lievito tipo lo spirito santo:   uno e trino!?

Comunque, il segreto della buona riuscita di un pane che si confaccia allo stereotipo di un'italiana gesticolante in Canada, è - come sempre- youtube. A tal proposito vi consiglio moltissimo un canale: VivaLaFocaccia. Giuro che non mi pagano ma se proprio volessero farlo non mi offendo. Sono disposta a rilasciare le mie coordinate bancarie: accorrete numerosi.

Inoltre, a parte youtube, da quando ho scoperto come accedendere la luce del forno -ieri Miss Impedita ce l'ha fatta- la qualità della lievitazione devo dire che si è diretta verso altri orizzonti. Infatti, vi faccio notare che all'interno di un forno munito di luce accesa si crea un bel clima di 25-30 gradi che favorisce la lievitazione. Si vede che anche i batteri sono italiani che vi devo dire...

A tal proposito, ieri, mentre cucinavo il pane,  la mia coinquilina ha espresso la sua intenzione di acquistare una piscina esterna da mettere in giardino. Ce n'è già una ma è una Hot Tub, ossia una vasca idromassaggio, che attualmente si trova posizionata su di una serie di lastre di legno che hanno fatto la loro storia e che si sa mai che generino le giovanissime cascate dell'Alberta.

In prima instanza, e memore del fatto che siamo in estate, pertanto, "Pare faccia caldo", la sua idea mi sembrava buona, poi però ho realizzato come ero vestita e ho realizzato che la questione non è affrontabile.

Quindi lei ancora non lo sa, ma io, la piscina, la voglio nel forno.

Precisamente nel forno munito di luce accesa così si crea quel bel clima di 25-30 gradi.
Un clima caldo.
Un clima caldo ma non ventilato.
Un clima caldo ventilato in un forno potrebbe essere troppo.
Troppo anche per un'italiana gesticolante come me.
In fin dei conti, ricordiamoci sempre che sono udinese!

A presto,
Causticissima. 

lunedì 22 giugno 2015

Non c'è storia: VECCHIA STRACCIONA!



Ok, mi avete convinta.
Ho anche parlato con la Pigrizia e mi ha miagolato che per lei va bene, quindi ecco un po' di aggiornamenti.

Dunque, in questo periodo ho visto alcuni dei quadranti della città. Sì, perchè, come in tutti i luoghi creatisi in ere recenti, questa città è suddivisa in avenue, ossia le strade che vanno da ovest ad est, e street, ossia strade che vanno da nord a sud. Le suddette strade sono numerate dalla prima alla n, il che le rende impossibili da pronunciare per via di quella dannata usanza inglese di mettere la th ai numeri cardiali. Comunque...avendo questa suddivisisione netta è possibile creare dei quartieri precisi.

Dove abito io? Qui!
Che più preciso di così si muore....in una zona piuttosto centrale. Centrale per cosa non si sa, ma noi definiamola centrale che fa molto chic. Ovviamente non  mi è possibile visitare IL CENTRO  STORICO in quanto qui NON C'È STORIA ma noi la definiremo centrale ugualmente. La mancanza di storia è una di quelle cose di cui, nonostante tu sia pienamente cosciente, non ti rendi conto fino a che non ti si palesa di fronte. Ossia: non ti si palesa proprio.

Non avendo un centro ben definito -anche perchè anche nella remota possibilità ci fosse, sarebbe squadrato e comunque il concetto di piazza credo sia troppo complicato- non è possibile asserire quello che tutti noi italiani usiamo dire quando usciamo: VADO IN CENTRO! Ma noi abbiamo l'isola di Whyte e più centrale di un isola non c'è niente.

Ok, appurato questo, direi che abito in una zona centrale! La Whyte avenue è limitrofa all'università dell'Alberta e pertanto è popolata di locali, bar, attività ludiche ecc ecc.Dai.... è centrale...


_Ma non immaginatevi grandi cose_


Tuttavia, nella parte nord sopra la Whyte avenue c'è un'altra delle zone più importanti - o centrali - della città in cui è possibile trovare:

1)svariati teatri indipendenti tipo questo qui





2)Il museo della ferrovia di Edmonton
Le strade di una vecchia stracciona 1



3) il mercato ortofrutticolo di Edmonton che si svolge solo il sabato dalle ore 8 alle 15 (nel caso voleste fare un salto) e che forse non è proprio intriso di prodotti ortofrutticoli a chilometro zero... ma sorvoliamo.






Come si chiama questa bellissima zona?
Se non lo avete capito dall'insegna del mercato ortofrutticolo, ve lo svelo io: OLD STRATHCONA!
Ok, ok.... per dovere di cronaca sottolineo che la pronuncia corretta sarebbe strat-couna però per me è e rimarrà, la zona della vecchia stracciona!


Chissa se è morta o se anche lei trova rifugio con gli altri senza tetto negli appositi spazi che qui gli hanno dedicato (dato che altrimenti, nei mesi invernali, morirebbero assiderati).


Le strade di una vecchia stracciona 2
Fattostà che, per qualche strano motivo, la signora Vattelapesca ha colpito il cuore di qualcuno che gli ha persino dedicato un intero quartiere.










A presto,
Causticissima.

venerdì 19 giugno 2015

PARE


Pare...che sia opportuno che io vi racconti qualcosa di Sto Canada.

È mattina. Di preciso sono le 6:15.
Pare che sia il caso che io mi alzi.
Non mi alzo.
Oggi salto. 
La pigrizia non mi abbandona nemmeno qui.  

E' di nuovo mattina. Di preciso sono le 6:15.
Pare che sia il caso che io mi alzi.
Mi alzo.
Oggi non salto. 
Abbandono la pigrizia, spero solo che non mi denunci al telefono azzurro o al PP (Protezione Pigrizia). Sono quasi sicura che non lo farà perchè mi sono informata e non ci sono sedi in canada, quindi le costerebbe troppo. Meno male che non le ho ancora insegnato ad usare Skype. Non aveva voglia.

Pare anche che avrò freddo... me lo aspettavo. Ho fatto male ad abbandonare la pigrizia a casa, lo sapevo. Lei mi avrebbe fatto caldo... nel letto. Lei non mi abbandona mai. Ma cara la mia pigrizia devi crescere e trovarti un'altra compagna. 

Rapporti lesbo che non sapevo di avere.

Preparo il corpo psicologicamente e lo convinco che andrà tutto bene, che non sarà traumatico e lo tranquillizzo dicendogli che, in ogni caso, ci si abitua a tutto. Gli ricordo anche che in passato c'è stato chi lo ha convinto che “il freddo è un fattore psicologico”. Allora comincio il mantra.

“Non avrò freddo-non avrò freddo-non avrò freddo”
No, così non va. Il cervello non capisce le negazioni. Riproviamo:
“Avrò caldo-avrò caldo- avrò caldo”
Beh adesso non esageriamo.
“Pare faccia caldo” 
Ecco già mi sento meglio.
“Pare faccia caldo e NON ho freddo"
“Pare faccia caldo ma pare anche che sia estate”
“Pare faccia caldo e che il cielo NON sia nuvoloso”

Via Whatsapp con LaMadre:

Causticissima: Sono appena uscita dalla piscina
LaMadre: bene, caldo?
Causticissima: Uh guarda un caldo.... un caldo invernale... ma è pur sempre un tipo di caldo.

Non so come... Sarà stato l'abbandono della pigrizia a casa, sarà stato il cambio dell'aria (che cosa vuol dire poi non si sa), saranno state le TURBOLENZE ma sì, lo ammetto: di prima mattina ho avuto il coraggio di espormi alle intemperie canadesi ed immergermi in una piscina (coperta) per muovere le mie ormai flaccide membra. Interessante che nel comunicarlo a LaMadre, io non abbia nemmeno considerato la possibilità che potesse pensare che la piscina fosse scoperta.

Comunque voglio tranquillizzarvi. Giuro che ho lasciato le crocchette alla Pigrizia. Altrimenti poi miagola tutto il tempo e i vicini si lamentano. Le sto insegnando a fare la pipì nel water canadese. Come potete immaginare ha molte difficoltà. Cessi canadesi. Tuttavia, sono certa che ce la può fare.  Anzi, che la può fare e basta.
Le ho anche presentato le Pigrizie canadesi che ho consciuto qui ma sembra non volersi ambientare. Sta a letto tutto il giorno e non vuole vedere la luce del sole. Non so se è più un problema di lingua o di voglia. Forse le manca il caldo, per quello sta sempre a letto.
Pare che sia il caso che io le faccia del training autogeno sussurrandole:
"Pare faccia caldo"
.
.
.
.
.
.

Ecco, per compensare il fatto che non vi ho ancora raccontato nulla su Sto Canada, di seguito piazzo una foto a caso. Non sapete che posto è, non sapete dove l'ho scattata nè quando!
Ora posso tornare a rasserenare la mia pigrizia con qualche altro croccantino perchè so di aver dissetato la vostra sete di saperne di più su Sto Canada.
Secondo me, inconsciamente, lo faccio apposta!
Mi sa che devo farmi training autogeno anche io.


A presto,
Causticissima.


mercoledì 10 giugno 2015

L'isola di Whyte


Allora sto Canada com'è?
Eh intanto spieghiamo dove Causti siamo! Siamo ad Edmonton nello stato dell'Alberta. Vivo in una casetta bianca a due piani con altre tre persone di cui una è il proprietario. Due di questi sono canadesi l'altro non l'ho ancora capito.

É ormai passata una settimana e devo ammettere che della città ho visto poco.
Come dite? Cosa Causti ho fatto in questo periodo? Beh, mi sono comportata esattamente come lo stereotipo della donna italiana. Ho pulito, sistemato, cucinato... poi mi sono fermata, mi sono guardata dall'esterno e mi sono sentita dentro lo schema di uno stereotipo.

Che sto in Canada l'ho realizzato poco tempo fa, tra un rincoglionimento del jet-lag e l'altro. Non so.... non mi è mai successo. Saranno state le TURBOLENZE.

Andare in uno stato come questo significa rivedere tutte le cose che facevi e come le facevi, praticamente tornare infante e ridefinire il tuo concetto di “questo lo so fare”, di seguito trovate un elenco delle cose di cui devo rivedere i miei usi e costumi:
  1. il lavandino e il water (di cui vi agevolo una fotografia). Potete già immaginare l'uso incauto che un avventato europeo... o, vista l'occasione, un avventato euro-peto potrebbe farne;
  2. il denaro e i pagamenti, visto che qui, quando ho deciso di pagare con 100 dollari canadesi, la commessa tutta estasiata mi ha detto “wow... è la prima volta che ne vedo uno in tutta la mia vita” segno che evidentemente si paga con carta. ok got it
    ;
  3. i fornelli che, almeno in questa casa, sono elettrici. Ne consegue una diversa stima del tempo di cottura e l'imparare a pulirli;
  4. gli attraversamenti pendonali. Sì, questo, al contrario dell'Australia è un paese per Pedestrian. Con mio sommo dispiacere perchè non trovo più i miei amatissimi cartelli che se non avete visto vi invito ad ammirare al seguente link.
    http://causticissima.blogspot.ca/2011/02/non-e-un-paese-per-vecchi-pedestrian.html
  5. La cordialità delle persone. Ebbene sì, qui sorridono. Perfino ai Pedestrian.
  6. Le vie dannatamente squadrate divise in avenue e street.
  7. I pick up come se piovessero pick up. Dove la parte del pick è perennemente vuota ma dalla parte dell'up c'è sempre qualcuno che truzzamente ondeggia la testa sull'onda di un ritmo rap. E le stesse persone che quando vedono una smart si fanno una foto! Motherfucker!

E poi c'è l'isola di Whyte... l'unica via che per ora ho veramente percorso. Ma a mia discolpa è lunghissima. La chiamo l'isola di Whyte perchè qui - dove non hanno il mare e con l'arrivo dei primi 26 gradi centigradi è scoppiata l'estate, tutti si lamentano di non riuscire a dormire per il caldo, accendono condizionatori e si svestono mentre io mi rammarico di non essere uscita con la sciarpa- la Whyte avenue è diventata uno sciame di giovani ignudi e schiamazzanti. Di cui vi farò avere le richiestissime fotografie.

Ah se vi state chiedendo perchè dietro la cartina di Edmonton c'è Mr Vladiza che zappa è perchè, vista la qualità e il prezzo della verdura, abbiamo deciso di coltivarcela in giardino... se ce la facciamo.
A presto,
Causticissima.

I'm sorry but...TURBOLENZE


Salita a bordo dell'aereo avrei dovuto gridare “A Manetta” ma di manetta ce ne era solo una, non era una birra e non era un taglio, quella manetta era Causticissima. Adesso Causti ringraziatemi perchè sono una donna e posso dirlo senza che voi subito pensiate ad incontri ravvicinati del terzo tipo con le hostess.

Finirà, presto finirà, la fine è vicina... dicevano sarebbe durato poco. Dicevano che il tempo sarebbe volato e invece ci rimane solo la speranza. La speranza che finisca...

“Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire. (Pausa). I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all'improvviso, c'è il mucchio, un piccolo mucchio, l'impossibile mucchio. (Pausa). Non possono più punirmi. (Pausa).”

Le parole iniziali di Finale di partita di Beckett Causti tornano alla mente che in quel momento realizza che quei chicchi le si stanno accumulando tutti sulle spalle e poi... un giorno, all'improvviso, c'è il mucchio, un piccolo mucchio, l'impossibile mucchio.

Scenario: siamo nel terzo volo, l'ultimo da prendere per poter raggiungere la meta. Causticissima è sfinita. Il primo volo (circa 2 ore) ha avuto turbolenze normali, il secondo volo (circa 8 ore) turbolenze indotte da manette ed il terzo ed ultimo (circa 4 ore) si sta rivelando il fratello piccolo del secondo.

È la 12° ora di volo e Causticissima ha dei piccoli collassi di sonno. Narcolessie dettate da un velivolo dove finalmente riesce ad allungare le gambe e ad appoggiare la testa. Narcolessie che durano poco perchè presto, proprio come sul precedente velivolo, arrivano le....

-TURBOLENZE-

Causticissima si sveglia, di nuovo. Guarda la sua vicina di posto. Sente anche lei le turbolenze, anche se la fonte siede proprio dietro il sedile di Causticissima. Ha uno sguardo compassionevole quasi a dirle “non so mica come fai?!” anche se probabilmente il mica non è mica traducibile nella sua lingua.

Ma ecco che Causticissima dorme di nuovo. Stavolta stile cavalla, senza nemmeno appoggiarsi allo schienale. Dopo quasi 24 ore senza riposo, si tratta di sopravvivenza, non di narcolessia.

-TURBOLENZE DI NUOVO-

Si sveglia. Tira un sospiro e dentro di se comincia a scrivere i 1001 modi per far smettere le turbolenze e nemmeno uno di questi implica un azione non punita penalmente. In questa panacea di omicidi, si riaddormenta di nuovo ma stanno per tornare

-TURBOLENZE-

Ed ecco che i chicchi sono diventati "un mucchio, un piccolo mucchio, l'impossibile mucchio". Senza nemmeno redersi conto, ancora nel sonno, si gira verso la madre del pargolo che, nel contempo, imperterrito, continua a schiacciare con audacia e tutta la forza che ha in corpo il monitor touch screen posizionato sullo schienale del sedile di Causticissima. Lei, la madre, ride. È una madre ridacchiante. Il suo sorriso viene subito smorzato dal contatto con lo sguardo assassino di Causticissima che farfuglia:
“I'm sorry...”
sta per articolare una frase con un “but” e un “fuck” in mezzo ma dalla faccia spaurita della ex madre ridacchiante e da quella sorpresa e spalleggiante della sua vicina di posto, realizza che quello non è un sogno.

La ridacchiante nemmeno le fa finire la frase che comincia a scusarsi per suo figlio... “quel Puar Frut”, pensa Causticissima, ma che sicuramente nel cervello della ex Madre ridacchiante non definisce Puar Frut in quanto le sue origini non glielo consentono: Puare femine!

"non possono più punirmi"

I love kids... al forno e in salsa rosa.
Ucci ucci...


A presto,
Causticissima aka Nuvola che corre aka Signora Manetta... il tatuaggio continua, non ci saranno schiene che tengano: me ne faccio uno mega. Anzi uno manga. Anzi, mi faccio solo una manetta, una manetta manga.

martedì 9 giugno 2015

La mamma non ti ha mai detto di non accettare complimenti dagli sconosciuti?


A manetta Maestro, (leggasi “a tutta birra”, che poi al massimo in Friuli sarebbe “a tutto taglio” che sarebbe il vino.... ma mi diventa una spiegazione matriosca per cui la chiudo qui) è una di quelle friulanità che apprezzo!
Sarà perchè quanto la sento dire da qualcuno mi immagino sempre quel qualcuno mentre lo urla al suo cocchiere sporgendosi dal finestrino... di un auto azzurro-blu.
E la cosa mi fa ridere tantissimo.


Vabbè ma siamo qui per altro.
Come tutti mi ricordano, mancano 9 giorni... mancano 8 giorni... mancano.... interessante che io, questo conto alla rovescia non lo sto facendo. Perchè dovrei?
-Chi parte?
-Bah, quella tipa.. quella che ride forte!
-Ah si! È proprio pazza... Quanti giorni le mancano?
-9
Voglio ribadire a tutti che non sto morendo. Che vi sia chiaro.

Cosa mi mancherà di Udine? Gli anziani.

Ad esempio l'altro giorno, passeggiando al Parco Moretti, uno di quegli ormai a voi noti arzilli e sorridenti anziani signori:

Lui:Buongiorno, bella … -prende fiato-
Causticissima: Graz...
Lui:...Arpia!
Rimango un attimo sbigottita perchè l'ho appena ringraziato. Lui evidentemente se ne accorge e aggiunge
Lui: ma bella!

Ah, beh se è così quasi quasi ti ringrazio di nuovo.

Oggi piove e non so perchè decido di accorciare il tragitto passando per il Parco del Cormor a piedi. Ed eccolo la che mi intercetta di nuovo.

Lui: buongiorno, bella...
enno stavolta non lo ringrazio
Lui: ... Arpia!
Causticissima: Ah è sempre lei! Ma perche ci dice certe cose?
Uso il plurale perchè intuisco un incipit di misogenia, lui sembra spiazzato e mi farfuglia addosso
Lui: grzzz aaaaaa.... studentesse....aaaaa trent'anni.
Causticissima: ma io non sono studentessa!
E non ho nemmeno 30 anni maribecca. non so bene perchè non glielo puntualizzo.
Lui: beh, arpia lo stesso!
Causticissima: ah va bene! Arrivederci.
La cortesia prima di tutto.

Sì, insomma  mi mancheranno moltissime cose del friuli, tipo il maggio piovoso che avevo previsto di spendere al mare e il cinismo che non ci abbandona mai.

E vabbè, vorrà dire che quando partirò, guarderò l'oblò dell'aereo, lo aprirò con cura e griderò
“A manetta, Maestro!”.

A presto, 
Causticissima.

domenica 5 aprile 2015

Otto per cinque, due e nessuno – Incrinatissima

Caro abbandonatissimo Causti lettore,
mi chiedo che cosa hai fatto tutto questo tempo senza la voce narrante di questo blog. Te lo dice lei cosa hai fatto: hai cazzeggiato! Ecco, spendiamo due parole sul tempo libero che hai sputtanato. E adesso non fare quella faccia come a dirmi “che insolente!” sostenendo – senza lo straccio di un'argomentazione valida - che non lo hai sputtanato, perchè non ti crede nessuno. Puoi essere sincero con me, noi lo sappiamo quanto tempo hai passato davanti ad uno smartphone guardando video su youtube o altre facezie del genere, durante questi mesi.

No no, non sei tu. Sono io – e non ci stiamo per lasciare - Parliamo di depressione.
Oddio che brutta parola.
Parliamo di apatia.

Parte col pistolotto
“L'abitudine è la più infame delle malattie...” e ti credo. La sapeva lunga la Fallaci. L'abit-Udine. Abitare a Udine non è facile per nessuno. Seguono moralismi ed indici alzati in segno di rimprovero. Insegno di rimprovero? Ah mi vuoi insegnare ad auto-rimproverarmi. “solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall'azione cattolica”.
Forse è questo... non è l'abit-Udine.

Però.
Però, come diceva quella pubblicità di un medicinale antidiarroico (quanta poesia): Quando l'apatia ti soprende, soprendila con Cultura.

Di recente ho ricominciato a leggiucchiare. È stato come bere acqua dopo mesi di succhi di frutta. Se avessi continuato, prima o poi mi sarebbe venuta la cistite (quanta poesia, il ritorno). Insomma buoni succhi di frutta, zuccherati ecc ma sono artificiali.

E così le nostre vite da ufficio. Patinate, remunerate (non sempre) e artificiali.
Voglio dire, cos'è NORMALE?
Normale è rientrare nelle norme del vivere comune e condurre una vita. Punto. Una vita come?
Otto per cinque, due e nessuno?!
Otto ore per cinque giorni, due di riposo e nessun interesse?!
Magari una famiglia da accudire? No grazie.

Queste vite senza crescita.
Un'esistenza passata a cercare di evitare delle sofferenze, vivendo di piccole sofferenze quotidiane. Lo so che non mi sto spiegando. Dovrei scrivere un post lunghissimo che non interesserebbe a nessuno e questo è già abbastanza sconfusionato. Sono come la zuccheriera di Mago Merlino “senti zuccheriera, sei insopportabile, quel servizio da tè è già abbastanza incrinato”.

Incrinatissima.
Insomma trovatevi una passione. Ma non quelle brutte robe scelte a caso che poi vi servono solo a ciarlare con gli amici inanellando citazioni di esperti del settore. Ecco quello non è una passione, quello è scegliere un egocentrismo. Dico quelle cose che vi piace fare davvero quando non avete una minchia da fare. Anche cose semplici.

Ecco facciamo un esempio di outing. Anzi, di dentring... di dentring guardando outing: a me piace guardare le nuvole. Incrinatissima aka Nuvola che Corre.

Lo so che è da frikkettona figlia dei fiori ed è una cosa fondamentalmente inutile vista da fuori ma io posso dire che sia una mia passione. Adesso non diventerò tipo i fanatici americani che pur di dimostrarsi di avere veramente quella passione lì fanno cose pazze tipo, se sono fan(atici) dei fumetti si sparano qualsiasi tipo di evento a tema, vivono in una casa tappezzata di spezzoni di giornalini, ad halloween si travestono da -inserire nome del personaggio del caso – ecc.ecc.
Però è una cosa a cui torno sempre. Mi aiuta a pensare.

Vi sto confondendo eh? Dicevo, di recente ho ricominciato a leggiucchiare e sono rinsavita. Allora mi sono chiesta come facciano alcune persone a vivere quelle esistenze ai miei occhi senza significato in cui il loro unico scopo è: andare avanti. Che siccome non si ha tempo allora non ci si coltiva. Praticamente si passa una vita a cercare di mantenersi in vita, senza preoccuparsi di come. Ed è lì che si sputtana il tempo.

Sei stanco e allora invece di leggere qualcosa, guardi la tv ma non vuoi guardare documentari o qualcosa che ti aiuti a crescere. Sei stufo, lo so, hai lavorato tutto il giorno. Ti guardi l'isola dei famosi o qualcosa di leggero. E spegni il cervello.

Non so, se per te questo è un vivere normale? Per me non lo è. Normalità no grazie. Nel senso meno finto-anticonformista del caso.

Per me normale è avere la consapevolezza che la “somma dei giorni”, tanto per citare la Allende, finisce. E se durante quegli 1+1+1+1+1+1+1 ecc, hai continuato a fare cose senza sapere perchè le stavi facendo beh, un giorno guardando indietro ti chiederai: macheccazzoèsuccessoinquestianni?

Dai ho finito il pippozzo.

Ah si... volevo anche dirvi che mollo tutto e parto per il Canada.

Chiaramente la prima cosa che farò appena arrivata sarà farmi un mega tatuaggio con scritto “Nuvola Che Corre”. Tanto per non smentirsi.


A presto Causticissima.


Udine, ricordiamola così: soleggiata. Evento storico.

lunedì 3 novembre 2014

Fallo, oggi! Storie di una Uaina on strike!

Care amiche lettrici. Anzi,Care Abbonate.
Non siete abbonate? Abbonatevi… è aggratis!

Care aggratis,
in questi anni ne abbiamo passate tante insieme. Abbiamo superato tanti ostacoli, tanti sì e no. Tanti forse. Abbiamo sviscerato i temi fondamentali che interessano la vita di una donna. Ad esempio in “bambino 0- 3 anni non stolkarmi” abbiamo affrontato il tema della maternità (discusso e analizzato si sa cit.), in “falsare il falsabile” abbiamo introdotto una nuova para nella già fornitissima lista donataci dai pubblicitari, in “tette sotto i gatti” abbiamo parlato di abusi e sì, abbiamo parlato anche di questioni da “una botta e via”, oh sempre metaforica eh. Ci mancherebbe.

Ecco, care amiche metaforiche. È arrivato il momento di parlare di quel periodo che state attraversando. Quello in cui avete deciso di stare sole perché volete ritrovare voi stesse e comprendere meglio i vostri tarli mentali per poter finalmente riuscire a superare voi stesse e fare le capriole mentre avete il ciclo. Si dai… quel momento in cui nessuno vi va bene perché….

Troppo basso
Troppo stolto
Troppo intellettuale
Troppo di sinistra, Troppo di destra, In ogni caso troppo convinto
Troppo poco convinto
Troppo friulano
Troppo triste
Troppo allegro
Troppo interessato
Troppo poco interessato

Troppo… che smeno non ho voglia di stare con nessuno!

Ecco amiche, perché rimandare? Fallo, oggi! è aggratis. Che poi te ne pen-ti.

Fallo, oggi! è la rivista aggratis per voi che non vorreste più procrastinare, perché Fallo, oggi! più che una rivista è un consiglio da amica. Per l’amica che non deve procrastinare mai. Per cui, Amiche, dite no all’imperterrito procrastinaggio, Fallo, oggi! siate produttive. Oddio, produttive… produttive dipende… Più.. più… più assertive. Più pro-pizie… pro-pen-se. Più pro pen…e Punto.

E invece no, amiche. Lo sappiamo che siete nella rivergination più totale. Che siete quel tipo di donna romantica tanto in disuso (è proprio il caso di dirlo). Che siete, quel tipo di donne che si aggirano da sole e vengono amaramente abbordate da anziani signori negli stessi supermercati in cui lavoravano da universitarie. Ve li ricordate? Quelli di  “Depressione Post Laurea”, loro…. si aggirano ancora indisturbati abbordando donzelle.

Il tempo delle mele. Una storia vera.
Vecchietto sgaio: queste mele non sanno di niente! Le ho prese la scorsa settimana e non sanno di niente. Perché le sembra normale che in natura un melo faccia al massimo 11 kg di mele e loro gliene fanno fare 16kg?!
Causticissima: Eh infatti…
Vecchietto sgaio: e poi ci sono mille qualità. Una volta ce n’era una ma non sapeva di acqua come queste…

(segue deontologia della mela integerrima)

Causticissima (sgaia pure idda): Eh ha ragione, ma sa io mi ricordo di Lei. Io una volta lavoravo qui, alle casse. Lei era quello che chiedeva sempre se era questa la cassa in cui non si pagava, diceva, “mi hanno detto di là che era lei!”
Il vecchietto sgaio ride compiaciuto di se stesso e ora, smascherato, si lancia.
Vecchietto sgaio: Ah si ricorda! Sì, sì sono io. Ma lei quanti anni ha? 19? 21?
Adulatore
Causticissima: eh, a breve 27.
Vecchietto sgaio: ah ed è sposata?
Causticissima: no no, si figuri! sa che adesso ci si sposa da vecchi.
Vecchietto insistente: ma avrà il moroso…
Causticissima: eh no.
Vecchietto spudorato: ma almeno farà l’amore…
Causti-momenti-di-imbarazzo
Vecchietto spudorato, l’insistenza: voglio dire… se non lo fa adesso che è giovane quando lo deve fare?!

Ecco, care amiche abbordate da vecchietti e tanti altri aneddoti che è meglio non tirare fuori. Non vi viene in mente qualcosa? Era il ‘94, era sempre il ‘94, che ci si deve fare. Probabilmente era aggratis. Era il ‘94 e voi giocavate con LaNodre agli indiani e il vostro nome da indiana era Uaina secca (fagiolino asciutto, nel senso di magro, o no?) più che un nome un presagio, una condanna… ma voi….

Dite basta a queste associazioni mentali malate.
Dite basta al ‘94, anche se è aggratis.
Dite basta al Uaina on strike, allo sciopero della uaina.
Dite basta ai monologhi, soprattutto ai monologhi della uaina.

Fallo, oggi!
Ricordate …Fallo, oggi! più che una rivista è un consiglio da amica.
Fallo, oggi! lo trovate in tutte le edicole ogni lunedì, e per le prime 100 chiamate, in regalo il pamphlet de i monologhi della uaina - tutte le cose che avreste voluto sapere da una uaina friulana e non avete mai avuto mai il coraggio di chiedere.

Ed è aggratis. Chevvelodicoaffare.
.
.
.
.
.
.
Oh, me lo ha detto un’amica eh.




Nota Benissimo: astenersi stalker, personaggi ambigui e ammiratori della uaina. Si scrive tanto per fare quattro risate!

domenica 26 ottobre 2014

CHIAMARE È UMANO. Astenersi facili battute


 Parlare, discorrere, più semplicemente comunicare. In una parola: confrontarsi. Quello che ogni giorno facciamo alzando la cornetta, sorretti da un ormai vetusto modo di dire, è confrontarci. Confrontarci su quello che pensiamo, su quello che abbiamo fatto durante la giornata, su quello che dobbiamo comprare per cena. Un continuo confronto. Un confronto persino sul confronto. Una serie infinita di conversazioni riportate da un orecchio all’altro. Da bocca ad orecchio ad orecchio a bocca. Lo spazio di una telefonata. Il tempo di un saluto. Ma con chi? Prima con chi e come ci confrontavamo?

Dall’invenzione del telefono non sono passati nemmeno due secoli e il creatore del fantomatico apparecchio è ancora oggetto del contendere. Stati Uniti e Italia cercano di tenersi stretta la paternità dell’invenzione che ha irrimediabilmente variato il modo di relazionarsi. Lento ed inarrestabile come l’acqua che scava nella roccia, il telefono e tutti gli annessi e, è proprio il caso di dirlo, i connessi, si sono impossessati delle relazioni umane. Hanno tratto le loro fila di rame per togliere ciò che di umano c’è in una relazione. Si è diventati voci. Voci soliste. Voci umane.

La Voix humaine (voce umana) di Jean Cocteau, grande monologo teatrale, ci ha dato un piccolo assaggio di quanto avrebbe potuto diventare importante il telefono nella nostre vite. “Ti sento lontano. C’è un sacco di gente sulla nostra linea.” Diceva la protagonista, già assillata dall’attesa di una chiamata costantemente interrotta. Un interlocutore perennemente assente aldilà del filo. Alice al di là dello specchio. Una voce, un soffio. È parnassiana la scuola dei telefonisti, quasi immaginifica. Nella nostra società dell’immagine, vi è una sottile linea che divide il rapporto  fra reale ed irreale. L’immagine, a suo modo, è diventata la sostanza del rapporto, eppure, anche la voce mantiene un suo etereo modo di essere pragmatica: il qui ed ora. L’interlocutore perennemente assente aldilà del filo è soprattutto perennemente assente in scena. Cocteau ce lo presenta in un monologo in cui, chi muove le fila del discorso è un Altro, con la A maiuscola, non ben definito. Noi, nella scena non sentiamo cosa sussurra all’orecchio della protagonista eppure lo intuiamo. Costruiamo dentro di noi l’interlocutore che più ci aggrada, l’interlocutore è un libro di cui possiamo fantasticare gli spazi della storia. Forse è questo il regalo: l’intuizione.

Poi Cocteau ci regala un’altra perla, la conversazione in scena diventa ciò che spesso è una chiamata lo scambio delle banalità. I due si chiedono a vicenda come sono vestiti, cosa stanno facendo e chi sta in scena, tronfia della sua azzeccata descrizione,  dichiara “si vede che ho gli occhi al posto delle orecchie”. Ed eccoci qui. Nel fulcro del problema.

Lo spazio dell’immaginazione  in una telefonata.

L’immaginazione, prima di tutto, è il momento fondamentale della relazione umana e del sentire l’altro. La concretezza nelle relazioni è infatti un sentore, una percezione, un’elaborazione dell’altro secondo una serie di esperienze nostre. È il mettersi nei panni degli altri con il nostro bagaglio esperienziale. La difficoltà è  affrontare una relazione, di qualsiasi genere, riuscendo a risultare scevri del nostro vissuto pur continuando ad utilizzarlo per poter capire l’altro. Niente di più difficile.

Ma l’immaginazione è anche il fulcro dell’essere umano che si autorealizza. È il fulcro della domanda che decine di generazioni umane si sono posti: come rendere concreto quello che di reale non ha ancora nulla? Semplice, comunicarlo. Infatti, fin dalla notte dei tempi l’uomo ha sentito il bisogno di lasciare ai posteri le sue conoscenze e come primo atto di altruismo ha dipinto. Dopo aver dipinto ha inciso. L’essere umano ha cominciato rappresentando il suo mondo tramite piccoli disegni e graffiti, che oggi definiamo, “arte rupestre”. Questo iniziale metodo di comunicare ci ha dato la possibilità di percepire come vivevano gli uomini di migliaia di anni fa. Insomma, quello che per noi è arte è prima di tutto comunicazione.

Poi però l’uomo ha voluto diventare più preciso nella sua espressione ed ha inventato la scrittura. È riuscito nell’ardua impresa di tradurre i suoni in simboli che poi diventeranno parole. Dapprima i simboli erano grossolani e descrivevano atti della vita quotidiana, poi i sentimenti che solo infine sono diventati parole composte da altrettanti simboli. La codifica dei suoni in parole e delle parole in sentimenti ha reso l’uomo forte due volte: può comunicare adesso e può comunicare in futuro. Si è reso potenzialmente eterno. Il desiderio di lasciare qualcosa per gli altri, anche se probabilmente dettato da spinte di egocentrismo, ha dato la possibilità ai posteri di conoscere ed evolvere. Ha reso disponibile la conoscenza e l’ha distribuita a chi era in grado di comprenderla. In passato sicuramente il problema era poter far parte della rose di persone che sapeva leggere, oggi il problema è il supporto sul quale viene lasciato il messaggio. Ieri erano le tavolette di pietra, poi le tavolette di argilla, i papiri, la carta, oggi il computer, l’hardware e domani? Come potrà essere eterno il nostro messaggio se il supporto non sarà più compatibile?

Ma la spinta che l’essere umano ha avuto nel voler modificare costantemente il modo di comunicare non è sempre stata dettata dalla desiderio di lasciare traccia di sé. A volte aveva semplicemente bisogno di parlare, magari con persone lontane. Il primo metodo per parlare con le persone distanti è stato il messaggio scritto che ha creato un grandissimo business: la posta. Tramite le lettere ci si è chiariti, si sono create incomprensioni, si sono create attese. Gli uomini hanno aspettato giorni, mesi, forse anni per una sola lettera, una notizia. Ma l’attesa, anche se poetica a volte uccide e crea intorno a sè troppe variabili che la mente non riesce a gestire. È proprio la mancata volontà di attendere, che ci dona il progresso tecnologico: il telegrafo, il telefono, internet, la posta elettronica, il telefonino, l’instant messaging.

Oggi non si chiama. Oggi si chatta. Ci si scambia dei messaggi su diversi supporti, dall’ormai classica chat, a twitter e whatsApp. Siamo diventati muti. Una società di muti; ormai senza voce abbiamo creato una società liquida di muti. La società liquida descritta da Zygmunt Bauman dove ogni carattere della vita umana viene continuamente ridefinito e dove niente è più statico. Le relazioni cambiano e, come un liquido, mutano al variare del contenitore in cui si riversano. Così come la comunicazione. E nella società liquida il messaggio continuo ha generato l’onnipresente assenza e infatti Bauman ci dice:

Non perdi mai di vista il tuo cellulare. La tua tuta da jogging è dotata di una tasca speciale per il cellulare, e  non lasceresti mai quella tasca vuota così come non andresti mai a correre senza le tue scarpette. Di fatto, senza il cellulare non andresti da nessuna parte (<< nessuna parte>> è di fatto lo spazio senza cellulare, oppure con un cellulare fuori campo o con la batteria scarica). E una volta che hai il cellulare al tuo fianco non sei mai fuori o via. Sei sempre dentro – mai però bloccato in un singolo posto. Avvolto in una fitta rete di chiamate e messaggi, sei invulnerabile. Chi ti sta intorno non può estrometterti da nulla, e qualora ci provasse, non cambierebbe nulla di veramente importante.”

Quello che veramente manca all’instant messaging è un luogo da condividere, seppur virtuale. A volte scrivere non basta, bisogna essere presenti per esserci davvero. E allora quale modo migliore per concretizzare? L’immagine. Nel percorso esattamente inverso dei film, prima muti e solo in seguito supportati con l’audio, il telefono ha subito un percorso altalenante ed ha cambiato desinenza: tele-grafo, tele-fono, tele-fonino. Dalla scrittura, all’audio all’instant massaging. Ma all’uomo, costantemente insoddisfatto, non basta, e alla mancanza di uno spazio da condividere risponde con la possibilità di vedersi. Il nuovo problema è un vecchissimo problema: la distanza. La distanza fra le persone, le conversazioni, i confronti. Quello che prima si riusciva a risolvere con una “semplice” lettera, con il dovere di scriverla, la decisione di spedirla ed i calcoli di quando sarebbe arrivata; oggi si risolve in un modo del tutto nuovo.

Quando il problema della distanza si è ripresentato, Skype l’ha colmata. Ci ha riportati faccia a faccia con la realtà, seppur virtuale. Ha creato uno spazio da condividere quasi eliminando quello fisico che ci separa. E allora con Skype possiamo fare colloqui di lavoro, parlare con il nostro innamorato, rivedere parenti ormai lontani, prendere lezioni private di qualsiasi genere.

Skype è la risposta alla lontananza. È la possibilità di vedere. È la luce in fondo alla platonica caverna. È una sagoma. È un palliativo. Un modo per combattere la solitudine.

Sul sito, appunto, Skype così si autodescrive:
“Skype è un software che consente di parlare in tutto il mondo. Milioni di persone e aziende usano Skype per chiamare, videochiamare, inviare messaggi istantanei e condividere file gratuitamente con altri utenti Skype. Puoi utilizzare Skype per tutte le tue esigenze: sul tuo telefono cellulare, sul computer oppure sulla TV abilitata per Skype. Puoi scaricare Skype gratuitamente e, inoltre, è facile da utilizzare.
Con una spesa minima puoi ottenere di più: puoi chiamare i telefoni fissi e cellulari, accedere WiFi, inviare SMS ed effettuare videochiamate di gruppo. Puoi pagare a consumo oppure acquistare un abbonamento, scegli ciò che meglio si adatta alle tue esigenze. E nel mondo aziendale, ciò significa che puoi unire il tuo intero ecosistema di colleghi, partner e clienti lavorando in modo efficiente.”
Skype quindi è, e si autodefinisce, una meravigliosa scatola gratuita e quindi democratica, che convoglia in sé tutti i mondi della comunicazione odierna, la cui regina è la chiamata. Chiamare è umano. Chiamare è l’unico modo che alcune persone hanno di sentirsi un po’ meno, passatemi il termine, onnipresentemente assenti.

Ecco, prima di concludere questo breve excursus sull’evoluzione delle relazioni umane è bene fare un passo indietro, fondamentale per poter capire cosa rappresenta per noi oggi Skype.  Dobbiamo tornare al primo modo che l’uomo ha scelto per comunicare: l’arte. L’arte non è sparita, il suo modo di comunicare è solo diventato più astratto. L’arte, oggi è relazione. È lo specchio. Marina Abramović in The artist is present, ce lo dimostra con un’idea semplice al limite dell’esperimento sociale. Un quadrato di pavimento delimitato da pochi centimetri di nastro adesivo, un tavolo in legno di ridotte dimensioni, due sedie agli estremi e l’artista. Fissa, immobile, cerulea per ore accoglie l’altro, il visitatore all’altro capo della sedia. Gli dedica qualche minuto della sua vita e lo osserva. Ad ognuno regala uno sguardo nuovo, prima di passare al prossimo visitatore si neutralizza. Chiude gli occhi e si prepara al nuovo e poi torna, distaccata ma non distratta, attenta ma non partecipe, la sua è una nuova osservazione partecipante. Una dopo l’altra la fila di persone che aspettano di essere parte dell’opera d’arte, si confrontano silenziosamente con l’artista. Cosa succederà? Quale reazione avrà la Abramović? Niente, non succede niente. Mesi di esercizio per poter stare ore senza nutrirsi, senza assurgere alle proprie funzioni corporali, riuscendo a mantenere ferma l’immagine di sé agli altri. Ed infatti sono gli altri a cambiare, mai l’artista. L’artista è presente e ci comunica quello che noi vogliamo che ci comunichi. Alcuni ridono, alcuni scrutano, alcuni piangono è tutto dentro di loro. Una proiezione dell’IO sull’artista che si mette fisicamente a disposizione. Non è più solo dipinto, graffito, tavoletta, monolite, ideogramma o parola, semplicemente è. L’artista è a disposizione di chiunque decida di sedersi di fronte a lei.

Poi accade l’inaspettato. Arriva un uomo ma non uno qualunque, arriva Ulay. Il grande amore di Marina, il compagno di vita e di lavoro di anni. Non si vedono dal 1988 ed è il 2010. Per separarsi e concludere un percorso artistico e personale, hanno percorso la muraglia cinese, ma non insieme, separati. Uno è partito dal deserto del Gobi e l’altra dal Mar Giallo ed allo stesso tempo hanno percorso a piedi la muraglia cinese per potersi dire addio alla fine di questo lungo viaggio. Un percorso simbolico di quelle che sono due energie estremamente diverse, il femminile ed il maschile, che si ritrovano dopo migliaia di chilometri con il solo intento di stringersi in un ultimo abbraccio e separarsi. Ma quel giorno, al Moma di New  York, lui prende il posto dell’Altro, il famoso altro con la A maiuscola e si siede di fronte all’artista. Due artisti a confronto. Lei, torna dal suo annullarsi per il prossimo spettatore e alla vista timidamente sorride, deglutisce l’amaro boccone, poi ne sente l’agrodolce nostalgia e si scioglie in un pianto di commozione. È qui che accade ciò che non ci si aspettava: Marina lentamente si protende verso Ulay e così fa lui. Di nuovo, dopo 22 anni, si incontrano in un percorso uguale e contrario per finalmente stringersi le mani. Il pubblico del Moma di New York accompagna la scena con uno scroscio di applausi.

Può sembrare che la storia di Marina e Ulay non ci riguardi ma non è così. Loro si sono incontrati dopo tanti anni davanti ad un tavolino di legno, noi ci incontriamo su Skype. Siamo però consapevoli che non ci soddisferà ancora a lungo e in poco tempo troveremo altri modi di relazionarci. Siamo consapevoli che quel tavolino di legno non ci basta. Skype ha accorciato le lontananze ma non le ha eliminate, anche se in quel “noi” di una videochiamata c’è sempre meno distanza.

La lontananza sai è come il vento” diceva Modugno ma per noi la lontananza è quello che ci ha gridato Marina Abramović nel suo silenzio seduta su di una sedia al Moma. Per noi è uno schermo in cui vediamo sia la nostra che l’immagine dell’interlocutore che la Voix humaine celava. Per noi Skype è un’altra risposta ad un problema, non la soluzione.  

Dovremmo trovare il coraggio di protenderci verso il nostro Ulay o l’Altro con la A maiuscola, solo allora l’avremmo trovata e solo allora, anche noi, sentiremo l’applauso.



martedì 7 ottobre 2014

LA MALINC-UDINE

La malinc-udine è l’influenza friulana.  In tutti i sensi.

Non è una malattia rara, anzi, è diffusissima. È un po’ come il mal di testa che prima o poi ce l’hai e non sai bene da dove venga. È quel terribile senso di pesantezza che ti viene quando perdi un amico perché si trasferisce. Perché in Italia non c’è lavoro, perché il capo è stronzo o ti pagano troppo poco e non sai come mandare avanti la baracca. E se ne va il 1° e il 2° e la 3° e una serie infinita di numeri ordinali.

È la valigia di cartone degli inizi 900 quando non c’era da mangiare e si partiva per l’Australia... solo che stavolta c'hai dentro un dottorato e l'iPad. È quel macigno che ti pressa all’ennesima dipartita perché sai che in amore vince chi fugge e tu rimani. Sempre.

La malinc-udine è l’amore da lontano che hai letto in “più lontana della luna” che, diciamolo, sei anche un po’ stufa di dover subire.

-          - Oh tanto c’è skype-
-          - Oh tanto c’è whatsapp-

L’amore da lontano è un’amica che parte e vedi due volte all’anno e quando sta un mese in Italia ti senti la donna più felice perché anche se non ci si vedesse per anni sarebbe sempre tutto uguale. E non è vero che tanto c’è skype. Proprio non è vero per niente.

-          -E a me chemmifrega tanto ci sta il MOVIOLOOOONE!-

No, la Malinc-udine è quel magone udinese. Quellarobalì. Quella frase durante il tragitto per l’aeroporto:

“Guarda oggi la luna è offuscata, chissà che cosa vuol dire?”
“Che cosa vuoi che voglia dire?”
“Che c’è umido e foschia…”  Ride malinc-udino

C’è sempre foschia quando c’è la malinc-udine.

Evvai di fazzoletti

A presto.
Causticissima

Si precisa che durante la creazione di questo articolo non è stato tagliato nessun albero (eccimancherebbe che mi mettessi anche a tagliare alberi). Quindi, se devi soffiarti il naso, usa quelli di stoffa. Sì, lo so che ti fanno schifo ma fatti l’abit-udine. La Scottex ringrazia (ironico). Usa le maniche delle magliette CHE è MEGLIO (ecologista).


Sposored by: Puffo brontolone e H & M.



sabato 27 settembre 2014

IL TRIO STRANEZZA. Special Guest: l'uomo che puntava verso sud

S’aggiravano indisturbati in croati fine settimana estivi: Vladiza, Lauriza e Caustiza. Loro tre assieme ad un pesco. Un pesco nano. Sì, l’albero. Una presenza scomoda. Viaggiavano attraversando frontiere mentre Lauriza mandava italianamente a quel paese ogni rappresentante della frontiera croata che chiedeva loro i documenti.

Si dirigevano verso spiagge croate portando con loro la loro italianità: risate, schiamazzi e disturbo della quiete austriaca. Ad attenderli dieci presenze silenziose subito interrotte da tre rumoreggianti.

C: vieni che l’acqua è fresca si sta bene....
Vladiza raggiunse Caustiza, ormai già a dieci metri dalla riva e rivolgendosi verso Lauriza....
V: Luriza dai raggiungici si sta benissimo!

Un austriaco si schiarì la voce già stanco della loro ingombrante italianissima presenza.

Assieme ad altri 8 compagni, abbarbicato sugli scogli, si trovava un austriaco esemplare sdraiato su di un lettino portatile all’ombra di un ombrellone targato SevenUp. Croati i suoi supporti, austriache le sue origini. Era presumibile che colei che gli giaceva al fianco fosse la moglie, sbracatissima donna dall’eleganza discutibile, godeva anch’ella del refrigerio di quell’ombrellone.

Il sole batteva tenue al mezzogiorno di un tiepido agosto ed il mare era fresco come solo i mari contaminati da acque fluviali possono essere. Intorbiditi dai rigagnoli di acqua dolce intenta a mischiarsi all’acqua marina. Sugli scogli un formicaio di granchi si nutriva delle alghe che vi crescevano. Come cinesi, con le loro bacchette si portavano il cibo freneticamente alle boccucce e lui ne era affascinato.

Si alzò col fare di un biologo interessato a comprendere ogni movimento di quella periferia del mare. Nell’intenzione di imparare ogni singolo gesto di quella comunità, se ne stava proteso verso l’avanti come a formare un angolo retto. Questa volta l’ombra gli venne regalata dall’ingombrante cappello da cowboy che indossava. Ma ancora non ne aveva abbastanza di quello spettacolo e oramai accovacciato, continuava a puntare verso sud. Egli era un uomo dai bizzarri costumi, anzi dai costumi inesistenti. Così interessato alla natura da volerne fare parte, praticamente un naturista.

Il trio stranezza, dalle italianissime abitudini, a stento riusciva a distogliere lo sguardo da tale spettacolo. Un interesse verso la natura quasi ricorsivo. Loro guardavano lui che guardava i granchi che probabilmente guardavano le alici. Il tempo scorreva veloce in quel continuo vagare di sguardi ma il trio stranezza poteva ugualmente scandirne lo scorrere con il solo ausilio di quel, seppur timido, sole e dell’austriaca meridiana.

Sì, quella meridiana a loro così utile ed allo stesso tempo così scomoda, lasciata immota alla mercè della gravità che poco indulgente continuava a rendere l’austriaco avventore una continua conferma della precisione del suo popolo. Ad esempio, se qualche sprovveduto avesse potuto chiedersi da che parte fosse il sud, egli gli avrebbe reso quel, seppur piccolo, servizio senza il minimo sforzo. Un austriaco servizietto.

I suoi spettatori però non ebbero cortesi riflessioni riguardo a tutta quella situazione ed anzi pensarono:

Senti bello, punto uno dì a tua moglie o chi per lei, di chiudere le gambe che fa corrente e punto due, sì, noi saremo italiani schiamazzanti ma voi siete nudissimi austriaci e si da il caso che il sud sappiamo benissimo dove si trova.


A presto, 
Causticissima.

giovedì 25 settembre 2014

PORDENONEGREGGE (PNG) – strapuntini ed omonimie


PordenoneLegge, per gli amici PordenoneGregge per via delle difficoltà di deambulazione delle strade in quei giorni, è quell’annuale manifestazione in cui gli autori incontrano i propri lettori e indovinate un po’ dove. Adesso non staremo qui a leggere che Causticissima ha rivisto amico-Bergonzoni e facendo la fila per i biglietti ha visto passare Augias diretto verso il suo signing e Capello e la Tamaro discorrere di poesia e infanzia e Sgarbi fare il cabarettista ad una sedicente Lectio Magistralis. Causticissima ha visto cose che voi lettori… avete visto uguale, lo so. Ecco, queste cose non ce le racconteremo.

Invece, siccome sappiamo che siete affezionati alle disavventure di Causticissima e alle sue digressioni fuori luogo, parliamo di tutt’altro. Consensi della platea.

STRAPUNTINI
Siamo al Teatro Verdi a vedere Sgarbi. Vedere è un eufemismo perché abbiamo beccato i posti sfigati della terza galleria che ci comunicano chiamarsi: strapuntini. Strapuntini, sì, quelli di censura se paghi il biglietto (non era questo il caso) per vedere il nulla. La rappresentazione teatrale dei buchi neri.

Sgrabi parte con il suo cabaret. Dovrebbe parlare de Il Pordenone ma non facciamo i pignoli adesso. Inanella una "perla" dopo l’altra. Il pubblico si sganascia, Causticissima si sganascia ma per gli strapuntini (leggasi imprecazione) Sgarbi è radiofonico. Lo sentiamo e basta.

A quasi un quarto d’ora dalla fine delle trasmissioni comincia a vibrare il cell de LaMadre che, per rendere meno radiofonica la lectio, è ormai seduta sui grandini della scale e dista 3 o 4 metri dalla borsa, ancora posizionata sugli strapuntini (vedi sopra) di tutti (Paganini-non-ripete). Causticissima per evitare di disturbare il prossimo, prontamente recupera la borsa e ne estrae il rumoroso aggeggio. Ella tuttavia è dimentica di stringere ancora nella mano sinistra il suo Causticissimo Telefono che ora nel trambusto CADE rovinosamente scivolando due gradini sotto di lei.

STRAPUNTINI (leggasi, sapete già cosa)

Si girano tutti gli strapuntini e la terza galleria. Causticissima, un po’ imbarazzata, gesticola delle frasi del linguaggio non verbale come a dire:

Scusate.
Capita!
Eh, la gravità, questa sconosciuta!
Oh, rigà, capita a tutti che mi guardate a fare?! Mai visto un telefono che cade?

Gesti che non sortiscono effetti e che anzi si concludono con l’arrivo del responsabile della sicurezza che rimane i seguenti 10 minuti a vegliare sulla persona di Causticissima come a chiedersi: ce la farà a sopravvivere se me ne vado?

Strapuntini (e cosa ve lo dico a fare?)

Segue risata incompresa di Causticissima

CASI DI OMONIMIA
Questa volta siamo a vedere la Tamaro e Capello. Li vediamo da fuori le transenne del capannone dove si tiene l'incontro perché è già pieno ed in ogni caso siamo di passaggio, stiamo andando ad un’altra conferenza. Causticissima si gira e vede confabulare tra loro due megliette gialle: i pastori di PordenoneGregge. Vede solo il ragazzo che ha scritto proprio sul petto ad altezza del cuore: Angelo Custode.

Pretzdavemivi (cit.) Causticissimi pensieri:

Pensa che organizzati che sono qui a PNG!Hanno fatto le magliette personalizzate. 
(pausa di riflessione)
E se lui non fosse venuto? La maglietta a chi sarebbe andata?  
(si sofferma a pensare ad eventuali modalità di risoluzione dell’annoso problema)
Certo che però i genitori a volte sono perfidi eh… a dare i nomi che formano un senso compiuto. Tipo quando lavoravo alle casse, quel tizio a cui avevo chiesto il documento perché doveva pagare con carta di credito: Primo Violino. Che cattivi!
No, aspetta, angelo custode è la funzione. Come l’anno scorso. Annoso problema sì certo...

Seguono grasse risate di Causticissima e la sua combriccola per i continui casi di omonimia riscontrati nelle vicinanze. Uomini e donne, tra le altre cose.

Comunque in realtà ha ragione Noisexplosion: i signori Custode, all’epoca, c’hanno dato dentro di brutto!

A presto,

Causticissima.