Oggi, all’angolo di Piazza San
Giacomo c’è un gruppo di musicisti che suona. Sono in quattro: una viola, una
chitarra, una fisarmonica e una batteria. Stanno radunati vicino ad un palo assieme
ad un pastore tedesco, rivolti verso un incrocio di strade pedonali: via delle Erbe
e via delle Mercerie. La seconda è una delle mie vie preferite. Sarà perché è
stretta, sarà perché non è completamente dritta, probabilmente è per via dei
lampioni. Sì, è decisamente per i lampioni.
Strano luogo dove mettersi a
suonare quando si ha una piazza a disposizione. Invece no, è una cornice meravigliosa.
Da quel punto vedo il pittore, ha quasi finito un dipinto che ho visto crescere
durante le settimane. Dietro al quartetto si apre la piazza poi i palazzi, la
fontana e la chiesa di San Francesco.
Una vecchia bicicletta con i
freni dritti è appoggiata ai gradini, il proprietario sarà uno degli attendenti
dei 6 (o più) bar che ci sono in piazza. Brulicano di persone che assieme
creano un meraviglioso rumore di vita. Si sposa con la musica e le pennellate.
Un brusio da sabato mattina. Decido di fare una cosa che non faccio mai, due
foto (orribili) col telefono, queste:
Per scrivere mi sono spostata ed
ora sto seduta sul secondo gradino della fontana, proprio al centro della
piazza. Devo stare attenta a non farmi investire da un nutrito gruppo di
bambini che mi girano attorno in senso orario ed antiorario con bici, pattini,
monopattini o semplicemente a piedi. Una mamma dice:
“Un minuto è passato!”
“Sì, arrivo, solo un attimo”.
Proprio mentre scrivo un uomo si
mette a vociare:
“provate ad immaginare un uomo” prende
fiato e barcolla
“che viene dalla feccia” si prende un minuto prima di ricominciare
“e poi arriva in Piazza, qui, in
Piazza San Giacomo.” Barcolla ancora, si
sposta verso di me, mi vede scrivere, cerco di non dargli corda e un po’ mi
sento incolpa per questo
“un uomo con delle sofferenze. Ma
io vi chiedo signori… “Ci pensa ancora su,
barcolla di nuovo
“… fate qualcosa di più
interessante.” Se ne va sconsolato
gridando
“LIBERO ARBITRIO! Io, la mia arte,
non ve la porto più. Mi avete bruciato 50 milioni di vecchie lire.”
Indossa un gilet scamosciato, una
camicia bianca e un paio di pantaloni beige. Ha la voce roca e catarrosa di chi
ha vissuto troppi terremoti assistito dal solo supporto di una bottiglia di
alcol. Lo capisco dalla sua postura lordotica. Tiene la voce alta ma non ha l’intensità
di sostenere quello che dice. Le sue parole mi sembrano frutto di un pensiero preciso,
elaborato centinaia di volte in decine di declinazioni diverse, eppure, quello
che ne viene fuori mi è poco chiaro. Mi dispiace per il dolore che prova, è nella
fase successiva all’Urlo Dentro. Ma ormai se n’è andato.
La musica, che si era fermata per
qualche minuto, magicamente ricomincia. Sembra la scenda di un film, qualcosa
che non può essere spontaneo ed invece... I quattro suonano Perheps, perheps,
perheps. Dentro di me canticchio “So if you really love me, say yes/ But if you
don't, dear, confess/ And please don't tell me/ Perhaps, perhaps, perhaps”
Per scrivere ho bisogno di
stringere gli occhi, sono accecata dalla luce di quei giorni nuvolosi in cui la
faccia si concentra tutta verso il naso. Butto il capo indietro, quasi a
distendermi sui gradini, guardo le nuvole che ci sono in cielo oggi. Una brezza
leggera mi volta le pagine del quaderno.
Un bambino mi si è seduto vicino.
Sta proprio sopra di me appoggiato al bordo della fontana, sbircia le pagine
che sto riempiendo. Me ne accorgo solo ora. Quando se ne va mi guarda fisso
negli occhi. A causa della luce, ne riesce a tenere aperto solo uno, ha lo
sguardo di chi sta valutando cosa farà da grande. Avrà 6 anni.
Una trentina di turisti, tutti
sulla sessantina, vagano stupiti di fronte a dove sono seduta. Le signore
sembra vadano tutte dallo stesso parrucchiere. Vedo ancora la forma dei
bigodini che fino a qualche ora fa avevano addosso. Le immagino in vestaglia.
Adesso, a fianco al pittore c’è il
bambino che mi sbirciava il quaderno. Tiene le braccia composte dietro la
schiena in segno di rispetto. Non apre bocca, solo ogni tanto, CU-CU, fa capolino
verso il quadro protendendo il busto in avanti. Ma è ora di andare, sono le
12.50. Lo vedo correre verso la madre al bar di fronte. Lei gli infila un gilet
imbottito ed assieme ad una sua amica lasciano la piazza.
Ora, a parte appurare che qui a
Udine i gilet spaccano di brutto qualsiasi età tu abbia purché tu sia uomo, mi
viene solo da aggiungere: la vita è davvero meravigliosa. Mi si riempie il
cuore di gioia.
A presto,
Causticissima.


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