mercoledì 20 agosto 2014

FLUSSI DI INCOSCIENZA

Quei momenti in cui dovresti stare zitta invece continui a straparlare e inanelli una dietro l’altra una serie di associazioni mentali che rendono partecipe il tuo interlocutore del tuo stato mentale ovviamente alterato perché hai visto troppe puntate di una mamma per amica e un piccolo seme di Lorelai è germogliato nel tuo modo di esprimerti oppure ha semplicemente  innaffiato il tuo personalissimo seme delle parentesi e delle subordinate e non inserisci la punteggiatura nel discorso perché non avrebbe senso già è tanto che ci metti gli accenti che in questa lingua scarseggiano e non si capisce perché se una parola è tronca li si deve mettere e se invece non lo è no

(prende fiato)

Che hai un serissimo problema con dei cognomi soprattutto quelli friulani che c’hanno una quantità imbarazzante di eccezioni alla regola e tu puntualmente le canni tutte e le tue colleghe ridono per lo show che propini loro giornalmente perché non sai trattenerti e sei il loro giullare di corte inficiando parte della tue immagine di futura professionista volevo dirti:


Basta: hai bisogno di ferie!

lunedì 2 giugno 2014

15 - TETTE SOTTO I GATTI - Episodi di calpestamento



La cosa bella della poesia è che una volta scritta ognuno di noi ci può vedere quello che vuole. La stessa persona in momenti diversi della sua esistenza percepisce le medesime parole attribuendo loro altri significati. Ad esempio ieri si parlava di gatti.

Se chi legge ha avuto un gatto ed è una donna, almeno una volta nella vita avrà provato quel dolore lancinante provocato da un gatto che decide che il tuo seno è il suo selciato: tutto il dannato peso della bestia impresso su di un unico punto. 

Ecco, discorrendo a tavola di questi argomenti di altissima levatura morale ed affrontando un’importante problematica sociale, a Causticissima è venuta in mente questa poesia di Brecht:

[Quello che in te era altura]

Quello che in te era altura
lo hanno spianato
e la tua valle
l’hanno interrata.
Sopra di te passa
una strada comoda.

Ora, già la natura a volte è parca, se in più tu, gatto, spiani le causticissime alture costruendone una strada comoda, stai attento a quello che trovi nella ciotola la prossima volta che pranzi, perché si sa che i casi sono due: o lo fai con dolo o con colpa grave. 

ZAN-ZAN-ZAAAAAAN.

A presto,
Causticissima

mercoledì 28 maggio 2014

16 –TROVA UN MINUTO PER TRARRE, DEVOLVERE, UN GABBIANO E UN GALLO RANDAGIO. Sì, se mi drogassi quello che mi succede dentro, fuori intorno e anche di più, avrebbe una spiegazione più logica.



Quei giorni, di norma coincidenti con il venerdì - ma non necessariamente - in cui ti viene in mente una delle solite canzoni a tema. Quelli in cui la pubblicità della cedrata Tassoni diventa uno spunto su cui riflettere: “quante cose al mondo vuoi fare costruire, inventare? Ma trova un minuto per te”

19.28
L’occhio vitreo di chi ha visto troppe carte oggi, compilato troppi moduli, interpretato troppe leggi e si ritrova a fissare uno schermo continuando a far roteare lo scroll del mouse su e giù quasi ad imitare lo sciabordio delle onde di un oceano presente solo nel suo cervello.
“Sitting on the dock of the bay watching the tide roll away…” e te lo dice anche Otis Redding… “I’m just sitting on the dock of the bay wasting tiiiiiiiiiiiiime”

19.29
In lontananza un gabbiano starnazza.
Macchè lontananza è sulla finestra e tu lavori in mansarda. Vedi anche la sua sagoma mentre si stringe su se stessa tesa nello sforzo dello strillo. Speri solo che sia l’unico sforzo in cui è tesa perché non riusciresti a reggere anche gli altri tipi di sagoma. 
In mente ora hai la pubblicità dello shampoo, “pic the l’oreal - pic the l’oreal:  non brucia gli occhi ed evita i nodi!” E ti fa immediatamente tornare alla memoria quel viaggio a Genova quando tu e le tue cugine eravate ancora bambine e passavate del tempo ad una console, ma non quella di MIMMO AMERELLI. Era una Nintendo-qualcosa su cui girava il giochino di Sailor Moon che quando calciava Sailor Jupiter gridava CAPRIA’ GHIDA’. Che poi chissà che cacchio vuol dire in giapponese CAPRIA’ GHIDA’ ma lasciamo stare.

19.30
Ti svegli dall’ipnosi autoindotta. E’ tutta colpa di quel gallo che, esaurito pure lui, canta a tutte le ore del giorno. Lo hanno adottato i condomini dello stabile adiacente al Causti-ufficio. Prima era un gallo randagio. Ancora incredula non ti spieghi come si sia materializzato li. Come arriva un gallo randagio in centro città sono misteri che non vuoi svelarti. Preferisci immaginartelo ubriaco stile zio Reginaldo degli Aristogatti mentre scappa da un tentativo di omicidio tramite soffocamento da ingestione massiccia di Madeira: oca arrosto con mele e castagne e fegato d’oca annaffiato con Madeira. E noi lo sappiamo che lui, essendo inglese, va affogato nello Cherry, noi conveniamo con lui, ma un gallo randagio dove lo affoghi? Gli animalisti all’ascolto ringraziano. Scroscio di applausi di sostegno.

19.31
Ahaha adesso ridi. Ti è venuta in mente quella battuta di quella volta.. ahah ma ti ricordi? Che ridere. Ridi da sola. Per fortuna è rimasta solo una delle tue colleghe.
Per rinsavire cerchi di darti un tono e con il dorso della mano togli delle inesistenti briciole di gomma da cancellare lasciando delle strisce incancellabili di smalto rosso sul foglio.
“per fortuna che non è un documento ufficiale”  pensi  “ma dovresti decisamente comprarti un top-coat da mettere sopra lo smalto, decisamente!”

19.32
Cerchi di darti un tono... di nuovo! È la tua decima ora di lavoro e cominci a canticchiare. Brutto segno. Davvero brutto segno.
“Andare a casa na-na-na nannna-na” “andare a casa na-na-na nannna-na” “andare a casaaaaaaa nannanannanna”sulle note di I love you baby di Gloria Gaynor che magicamente si trasforma in “A casaaaaa.. i just can’t stop saying: a casaaaaa” pronunciando le parole con uno spiccato accento inglese sulle note di Maria di West Side Story….

19.33
Ti scusi con la tua dirimpettaia che, ormai usa a certe tue abitudini, ride. Le dici che sì, è arrivato quel momento anche oggi: il momento di andarsene.
Una volta uscite l’accompagni alla macchina e durante il tragitto ti escono queste parole:
“trarre è proprio una bella parola. La senti? TRA-R-R-R—R-E! Bella!” annuisci compiaciuta guardandoti intorno e  aggiungi “Un po’ come DEVOLVERE”
Ti chiedi perché, dopo TRARRE ti sia venuta in mente proprio la parola DEVOLVERE.  Che sia un sintomo di altruismo? Che sia un sintomo di dualità? Che sia solo un sintomo?!!!!
Ma la radio interna che ti porti addosso da 26 anni ha già cambiato stazione e canticchi qualcos’altro.

Ecco, quei giorni, di norma coincidenti con il venerdì ma non necessariamente. Se i casi di  - non necessariamente- ti capitano di martedì sera e hai ancora tutta la settimana davanti, beh Causticissima, fatti una domanda.. e la domanda è la seguente:
“quante cose al mondo vuoi fare, costruire, inventare? MA TROVA UN MINUTO PER TE.”

A presto.
Causticissima.

domenica 18 maggio 2014

17 - SUONI DEL SABATO MATTINA



Oggi, all’angolo di Piazza San Giacomo c’è un gruppo di musicisti che suona. Sono in quattro: una viola, una chitarra, una fisarmonica e una batteria. Stanno radunati vicino ad un palo assieme ad un pastore tedesco, rivolti verso un incrocio di strade pedonali: via delle Erbe e via delle Mercerie. La seconda è una delle mie vie preferite. Sarà perché è stretta, sarà perché non è completamente dritta, probabilmente è per via dei lampioni. Sì, è decisamente per i lampioni.

Strano luogo dove mettersi a suonare quando si ha una piazza a disposizione. Invece no, è una cornice meravigliosa. Da quel punto vedo il pittore, ha quasi finito un dipinto che ho visto crescere durante le settimane. Dietro al quartetto si apre la piazza poi i palazzi, la fontana e la chiesa di San Francesco.

Una vecchia bicicletta con i freni dritti è appoggiata ai gradini, il proprietario sarà uno degli attendenti dei 6 (o più) bar che ci sono in piazza. Brulicano di persone che assieme creano un meraviglioso rumore di vita. Si sposa con la musica e le pennellate. Un brusio da sabato mattina. Decido di fare una cosa che non faccio mai, due foto (orribili) col telefono, queste:


Per scrivere mi sono spostata ed ora sto seduta sul secondo gradino della fontana, proprio al centro della piazza. Devo stare attenta a non farmi investire da un nutrito gruppo di bambini che mi girano attorno in senso orario ed antiorario con bici, pattini, monopattini o semplicemente a piedi. Una mamma dice:
“Un minuto è passato!”
“Sì, arrivo, solo un attimo”.

Proprio mentre scrivo un uomo si mette a vociare:
“provate ad immaginare un uomo”  prende fiato e barcolla
“che viene dalla feccia” si prende un minuto prima di ricominciare
“e poi arriva in Piazza, qui, in Piazza San Giacomo.” Barcolla ancora, si sposta verso di me, mi vede scrivere, cerco di non dargli corda e un po’ mi sento incolpa per questo
“un uomo con delle sofferenze. Ma io vi chiedo signori… “Ci pensa ancora su, barcolla di nuovo
“… fate qualcosa di più interessante.” Se ne va sconsolato gridando
“LIBERO ARBITRIO! Io, la mia arte, non ve la porto più. Mi avete bruciato 50 milioni di vecchie lire.”

Indossa un gilet scamosciato, una camicia bianca e un paio di pantaloni beige. Ha la voce roca e catarrosa di chi ha vissuto troppi terremoti assistito dal solo supporto di una bottiglia di alcol. Lo capisco dalla sua postura lordotica. Tiene la voce alta ma non ha l’intensità di sostenere quello che dice. Le sue parole mi sembrano frutto di un pensiero preciso, elaborato centinaia di volte in decine di declinazioni diverse, eppure, quello che ne viene fuori mi è poco chiaro. Mi dispiace per il dolore che prova, è nella fase successiva all’Urlo Dentro. Ma ormai se n’è andato.

La musica, che si era fermata per qualche minuto, magicamente ricomincia. Sembra la scenda di un film, qualcosa che non può essere spontaneo ed invece... I quattro suonano Perheps, perheps, perheps. Dentro di me canticchio “So if you really love me, say yes/ But if you don't, dear, confess/ And please don't tell me/ Perhaps, perhaps, perhaps”

Per scrivere ho bisogno di stringere gli occhi, sono accecata dalla luce di quei giorni nuvolosi in cui la faccia si concentra tutta verso il naso. Butto il capo indietro, quasi a distendermi sui gradini, guardo le nuvole che ci sono in cielo oggi. Una brezza leggera mi volta le pagine del quaderno.

Un bambino mi si è seduto vicino. Sta proprio sopra di me appoggiato al bordo della fontana, sbircia le pagine che sto riempiendo. Me ne accorgo solo ora. Quando se ne va mi guarda fisso negli occhi. A causa della luce, ne riesce a tenere aperto solo uno, ha lo sguardo di chi sta valutando cosa farà da grande. Avrà 6 anni.

Una trentina di turisti, tutti sulla sessantina, vagano stupiti di fronte a dove sono seduta. Le signore sembra vadano tutte dallo stesso parrucchiere. Vedo ancora la forma dei bigodini che fino a qualche ora fa avevano addosso. Le immagino in vestaglia.

Adesso, a fianco al pittore c’è il bambino che mi sbirciava il quaderno. Tiene le braccia composte dietro la schiena in segno di rispetto. Non apre bocca, solo ogni tanto, CU-CU, fa capolino verso il quadro protendendo il busto in avanti. Ma è ora di andare, sono le 12.50. Lo vedo correre verso la madre al bar di fronte. Lei gli infila un gilet imbottito ed assieme ad una sua amica lasciano la piazza.

Ora, a parte appurare che qui a Udine i gilet spaccano di brutto qualsiasi età tu abbia purché tu sia uomo, mi viene solo da aggiungere: la vita è davvero meravigliosa. Mi si riempie il cuore di gioia.

A presto,
Causticissima.

sabato 19 aprile 2014

18 – AMMORTIZZATORI SOCIALI PER DONNE. Ma anche per certi uomini va, non facciamo i sessisti, si parla per grandi numeri.



Ammortizzatori di gommapiuma, di cotone, all’olio e per le più giovani: di carta. Delicate e fragili quanto le ossa di un anziano, eppure pronte a parare gli urti esterni meglio di un placcatore di rugby.

Ma perché? A che pro?

Pro-tetta, certo. La ghiandola più idealizzata di sempre. La ghiandola più amata dagli italiani. Soprattutto, la ghiandola più tutelata dall’industria dell’abbigliamento. Ed infatti ora si è arrivati all’apice: la coppa piena! In pratica non c’è più spazio per la mammella.

Sì, la mammella. Il seno, la pera in cima ad una torta di materiale di vario tipo, a seconda dei gusti. Piena, farcita, rigida, scomoda, la coppa piena va abolita. È un messaggio fondamentalmente sbagliato. È come se al bar servissero l’aperitivo in un calice con un doppio fondo giusto per avere la sensazione di bere da un bicchiere costantemente mezzo pieno, tanto per non sentirti in imbarazzo al termine della degustazione. Ma siamo obiettivi, è un gioco al rialzo. Si ridetermina il minimo.

C’hai il minimo alto sorella e non va bene. È meglio se vai a farti rimappare la centralina e risolvi la situazione in qualche modo. Stai certa che una mano qualcuno te la da, se c’è da sporcarsi le mani su certe cose, si trova sempre qualche volontario. Salvo poi scoprire che c’hai la tetta tunizzata. Infatti, già scorgo degli sfiati di idrogeno uscirti da sotto la maglietta, forse stai per partecipare ad una gara clandestina? Con le tue compari vi avventate nei negozi di intimo al grido di Pimpami la tetta! e siete fuori in 60 secondi.

A riguardo, Causticissima ha un ricordo vivido di quando per la prima volta le parlarono del “pesciolino”, era estate, estate millenovecentonovantaaaa… erano gli inizi di un’era. No, era l’estate di qualche anno fa in un negozio di intimo:

Commessa: Vuoi un pesciolino?
-momenti di sconcerto-
Chi io? Un pesce da mettere dove scusa? Cos’è, all-inclusive?! Prendi due paghi uno?! Solo da oggi per le prime 20 clienti della giornata, con l’acquisto di un completo intimo 2 pesciolini?!

Causticissima vede la commessa tornare con due pezzetti di gomma piuma a forma di goccia. Ne tiene uno per mano e mentre avanza, fiera del prodotto che vende, li sventola felice. Sorride. Forse lei li usa. Chi lo sa.

Ma che sorridi? Scusa, dove me li metto quegli affari? Sono per la sudorazione? guarda che almeno da quel punto di vista non ho problemi, o stai cercando di comunicarmi qualcosa? No dai, non mettermi pare extra. Ah, mi suggerisci che dentro il reggiseno che mi hai fatto provare ci sono delle tasche interne per infilarci dentro IL PESCE… Mh. Scusa se te lo dico, ma avere un pesce in certe zone corporee, è fraintendibile eh. Alcuni non penserebbero alla gommapiuma ma più probabilmente a quello che in Spagna ha molto a che fare con Cuba ed in Italia ha molto a che fare con la Spagna e che, per la proprietà transitiva dei detti a sfondo sessuale, a Cuba ha molto a che fare con l’Italia. E, infatti, se tu fossi stata a Cuba, ma magari ci sei stata eh. Ecco, se ci sei stata, avrai sicuramente sentito pronunciare da un autoctono la seguente frase-tipo: “oh, sono andato con una tipa e mi ha fatto una di quelle italiane… memorabile eh!”- pausa- “memorabile!” -annuisce soddisfatto-

No grazie Commessa, non credo acquisterò mai quel genere di articoli, quindi scusa ma, tanto per non citare Douglas Adams: ADDIO E GRAZIE PER TUTTO IL PESCE.

A presto,
Causticissima.

mercoledì 16 aprile 2014

19 - E' PRIMAVERA



Sì lo so, ci sembrava impossibile ed invece è accaduto. No, non  di notte su di un ponte/ guardando l'acqua scura/ con la dannata voglia/ di fare un tuffo giù” uh uh. Parlo del sole.  Parlo del tempo, e si sa, il tempo ha un ciclo. No, non quel ciclo, anche perché, per noi poveri umani relegati al terreno dalla forza di gravità, sarebbe quantomeno sgradevole. Altro che le piaghe d’Egitto. Ma non perdiamoci in chiacchere. Parliamo del tempo. Appunto. Del calore che finalmente si irradia sui nostri corpi raggrinziti dal freddo, pronti a schiudersi come bucaneve di città. E come ogni anno eccoti che sbuchi, Maschio Alfa.
Il maschio nostrano. Anzi, il maschietto nostrano. Diciamolo, ti sono scesi i testicoli da pochi anni (mesi?), ammettilo. Bene che ti vada sono un chilometro zero e adesso non vedi l’ora di far fare loro i primi giri di rodaggio. Devo dire che ne hai le prospettive. Infatti, te ne stai ringalluzzito sul prato, disteso sui tuoi stessi abiti, anzi soprabiti, con una tipa. Evento. Hai adagiato i tuoi indumenti sull’erba con maestria per te e la tua bella. Lei chiaramente non si è offerta di sparpagliare i suoi, ci mancherebbe. 
Lì, disteso, limoni. Limoni durissimo. La slingui come un formichiere. Lei si divincola ma tu l’abbracci rassicurante, quasi paterno. Oddio, paterno no... vabbè dai, vi ingrumate. Lo so non è italiano ma passami il termine tecnico friulano. Vi contorcete complici in un abbraccio umido. Blea.
Vorrei non guardare ma è più forte di me. È come quando hai un’afta in bocca, sai che non dovresti stuzzicartela con la lingua ma lo fai lo stesso. D’altro canto la lingua batte dove il dente duole e lei mi sa che ha parecchi denti che le dolgono. Infatti, nonostante io sia posizionata ad una ragguardevole distanza da voi, ti vedo mentre le mastichi in bocca. Da dentro dev’essere piacevole, non c’è dubbio, ma da fuori è disgustoso. Sembri uno che sta recuperando una chewingum inavvertitamente cadutale in bocca, si tratta sicuramente di una Big Babol.
Ti interesserà certamente sapere che di recente ne ho comprato un pacchetto. Per fortuna le ho prese in uno degli innumerevoli giorni di pioggia battente che hanno interessato la nostra regione. Camminavo per strada, facendo le bolle stile dodicenne e per la vergogna mi coprivo il volto con l’ombrello. Forse dovresti farlo anche tu. Ma oggi non piove. Oggi è primavera.
Ti alzi. Vi guardate. Lei ride maliziosa. Indossi una camicia bianca a quadri azzurri ed un paio di jeans trattenuti da una vistosa cintura. La camicia però ti cade fuori dai pantaloni. Disordinata, stropicciata dai minuti di fuoco che hai appena affrontato. Alla fine è lei che ti ha sprimacciato come un cuscino e non viceversa. Fattene una ragione. Ti ci vogliono 5 minuti buoni per riassestarti. Poi lei ti rivolge la parola e dice “secondo me il professore neanche ti fa entrare in aula”. Tu, preoccupato, istintivamente fai quello che ogni uomo farebbe se fosse al tuo posto. Con finta noncuranza rivolgi lo sguardo verso il terreno come in cerca di qualcosa. La scena, non so perché, mi fa venire in mente quella poesia La verità vi prego sull’amore ed internamente te la sciorino:

Dicono alcuni che amore è un bambino
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
[…]”
.

Tu sembri non voler sentire quello che ti comunico, via etere, con la sola forza del pensiero. Dopo aver finito di sondare il terreno, ti rivolgi lo sguardo addosso, prima sulle scarpe come per accertarti dello stato della loro usura e sporcizia poi… Poi dal luogo in cui si posa il tuo sguardo percepisco un tuo probabile fraintendimento, quasi un lapsus; sì, il tuo pensiero ora mi appare chiaro, praticamente sottotitolato, recita:

La verità vi prego sull’amore.
Dicono alcuni che amore è
un uccello.

Allora sconfitta, ti mando altre parole, via etere, con la sola forza del pensiero: stai tranqui’ frate’, non si vede il durello!

A presto,
Causticissima.


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