domenica 18 maggio 2014

17 - SUONI DEL SABATO MATTINA



Oggi, all’angolo di Piazza San Giacomo c’è un gruppo di musicisti che suona. Sono in quattro: una viola, una chitarra, una fisarmonica e una batteria. Stanno radunati vicino ad un palo assieme ad un pastore tedesco, rivolti verso un incrocio di strade pedonali: via delle Erbe e via delle Mercerie. La seconda è una delle mie vie preferite. Sarà perché è stretta, sarà perché non è completamente dritta, probabilmente è per via dei lampioni. Sì, è decisamente per i lampioni.

Strano luogo dove mettersi a suonare quando si ha una piazza a disposizione. Invece no, è una cornice meravigliosa. Da quel punto vedo il pittore, ha quasi finito un dipinto che ho visto crescere durante le settimane. Dietro al quartetto si apre la piazza poi i palazzi, la fontana e la chiesa di San Francesco.

Una vecchia bicicletta con i freni dritti è appoggiata ai gradini, il proprietario sarà uno degli attendenti dei 6 (o più) bar che ci sono in piazza. Brulicano di persone che assieme creano un meraviglioso rumore di vita. Si sposa con la musica e le pennellate. Un brusio da sabato mattina. Decido di fare una cosa che non faccio mai, due foto (orribili) col telefono, queste:


Per scrivere mi sono spostata ed ora sto seduta sul secondo gradino della fontana, proprio al centro della piazza. Devo stare attenta a non farmi investire da un nutrito gruppo di bambini che mi girano attorno in senso orario ed antiorario con bici, pattini, monopattini o semplicemente a piedi. Una mamma dice:
“Un minuto è passato!”
“Sì, arrivo, solo un attimo”.

Proprio mentre scrivo un uomo si mette a vociare:
“provate ad immaginare un uomo”  prende fiato e barcolla
“che viene dalla feccia” si prende un minuto prima di ricominciare
“e poi arriva in Piazza, qui, in Piazza San Giacomo.” Barcolla ancora, si sposta verso di me, mi vede scrivere, cerco di non dargli corda e un po’ mi sento incolpa per questo
“un uomo con delle sofferenze. Ma io vi chiedo signori… “Ci pensa ancora su, barcolla di nuovo
“… fate qualcosa di più interessante.” Se ne va sconsolato gridando
“LIBERO ARBITRIO! Io, la mia arte, non ve la porto più. Mi avete bruciato 50 milioni di vecchie lire.”

Indossa un gilet scamosciato, una camicia bianca e un paio di pantaloni beige. Ha la voce roca e catarrosa di chi ha vissuto troppi terremoti assistito dal solo supporto di una bottiglia di alcol. Lo capisco dalla sua postura lordotica. Tiene la voce alta ma non ha l’intensità di sostenere quello che dice. Le sue parole mi sembrano frutto di un pensiero preciso, elaborato centinaia di volte in decine di declinazioni diverse, eppure, quello che ne viene fuori mi è poco chiaro. Mi dispiace per il dolore che prova, è nella fase successiva all’Urlo Dentro. Ma ormai se n’è andato.

La musica, che si era fermata per qualche minuto, magicamente ricomincia. Sembra la scenda di un film, qualcosa che non può essere spontaneo ed invece... I quattro suonano Perheps, perheps, perheps. Dentro di me canticchio “So if you really love me, say yes/ But if you don't, dear, confess/ And please don't tell me/ Perhaps, perhaps, perhaps”

Per scrivere ho bisogno di stringere gli occhi, sono accecata dalla luce di quei giorni nuvolosi in cui la faccia si concentra tutta verso il naso. Butto il capo indietro, quasi a distendermi sui gradini, guardo le nuvole che ci sono in cielo oggi. Una brezza leggera mi volta le pagine del quaderno.

Un bambino mi si è seduto vicino. Sta proprio sopra di me appoggiato al bordo della fontana, sbircia le pagine che sto riempiendo. Me ne accorgo solo ora. Quando se ne va mi guarda fisso negli occhi. A causa della luce, ne riesce a tenere aperto solo uno, ha lo sguardo di chi sta valutando cosa farà da grande. Avrà 6 anni.

Una trentina di turisti, tutti sulla sessantina, vagano stupiti di fronte a dove sono seduta. Le signore sembra vadano tutte dallo stesso parrucchiere. Vedo ancora la forma dei bigodini che fino a qualche ora fa avevano addosso. Le immagino in vestaglia.

Adesso, a fianco al pittore c’è il bambino che mi sbirciava il quaderno. Tiene le braccia composte dietro la schiena in segno di rispetto. Non apre bocca, solo ogni tanto, CU-CU, fa capolino verso il quadro protendendo il busto in avanti. Ma è ora di andare, sono le 12.50. Lo vedo correre verso la madre al bar di fronte. Lei gli infila un gilet imbottito ed assieme ad una sua amica lasciano la piazza.

Ora, a parte appurare che qui a Udine i gilet spaccano di brutto qualsiasi età tu abbia purché tu sia uomo, mi viene solo da aggiungere: la vita è davvero meravigliosa. Mi si riempie il cuore di gioia.

A presto,
Causticissima.

sabato 19 aprile 2014

18 – AMMORTIZZATORI SOCIALI PER DONNE. Ma anche per certi uomini va, non facciamo i sessisti, si parla per grandi numeri.



Ammortizzatori di gommapiuma, di cotone, all’olio e per le più giovani: di carta. Delicate e fragili quanto le ossa di un anziano, eppure pronte a parare gli urti esterni meglio di un placcatore di rugby.

Ma perché? A che pro?

Pro-tetta, certo. La ghiandola più idealizzata di sempre. La ghiandola più amata dagli italiani. Soprattutto, la ghiandola più tutelata dall’industria dell’abbigliamento. Ed infatti ora si è arrivati all’apice: la coppa piena! In pratica non c’è più spazio per la mammella.

Sì, la mammella. Il seno, la pera in cima ad una torta di materiale di vario tipo, a seconda dei gusti. Piena, farcita, rigida, scomoda, la coppa piena va abolita. È un messaggio fondamentalmente sbagliato. È come se al bar servissero l’aperitivo in un calice con un doppio fondo giusto per avere la sensazione di bere da un bicchiere costantemente mezzo pieno, tanto per non sentirti in imbarazzo al termine della degustazione. Ma siamo obiettivi, è un gioco al rialzo. Si ridetermina il minimo.

C’hai il minimo alto sorella e non va bene. È meglio se vai a farti rimappare la centralina e risolvi la situazione in qualche modo. Stai certa che una mano qualcuno te la da, se c’è da sporcarsi le mani su certe cose, si trova sempre qualche volontario. Salvo poi scoprire che c’hai la tetta tunizzata. Infatti, già scorgo degli sfiati di idrogeno uscirti da sotto la maglietta, forse stai per partecipare ad una gara clandestina? Con le tue compari vi avventate nei negozi di intimo al grido di Pimpami la tetta! e siete fuori in 60 secondi.

A riguardo, Causticissima ha un ricordo vivido di quando per la prima volta le parlarono del “pesciolino”, era estate, estate millenovecentonovantaaaa… erano gli inizi di un’era. No, era l’estate di qualche anno fa in un negozio di intimo:

Commessa: Vuoi un pesciolino?
-momenti di sconcerto-
Chi io? Un pesce da mettere dove scusa? Cos’è, all-inclusive?! Prendi due paghi uno?! Solo da oggi per le prime 20 clienti della giornata, con l’acquisto di un completo intimo 2 pesciolini?!

Causticissima vede la commessa tornare con due pezzetti di gomma piuma a forma di goccia. Ne tiene uno per mano e mentre avanza, fiera del prodotto che vende, li sventola felice. Sorride. Forse lei li usa. Chi lo sa.

Ma che sorridi? Scusa, dove me li metto quegli affari? Sono per la sudorazione? guarda che almeno da quel punto di vista non ho problemi, o stai cercando di comunicarmi qualcosa? No dai, non mettermi pare extra. Ah, mi suggerisci che dentro il reggiseno che mi hai fatto provare ci sono delle tasche interne per infilarci dentro IL PESCE… Mh. Scusa se te lo dico, ma avere un pesce in certe zone corporee, è fraintendibile eh. Alcuni non penserebbero alla gommapiuma ma più probabilmente a quello che in Spagna ha molto a che fare con Cuba ed in Italia ha molto a che fare con la Spagna e che, per la proprietà transitiva dei detti a sfondo sessuale, a Cuba ha molto a che fare con l’Italia. E, infatti, se tu fossi stata a Cuba, ma magari ci sei stata eh. Ecco, se ci sei stata, avrai sicuramente sentito pronunciare da un autoctono la seguente frase-tipo: “oh, sono andato con una tipa e mi ha fatto una di quelle italiane… memorabile eh!”- pausa- “memorabile!” -annuisce soddisfatto-

No grazie Commessa, non credo acquisterò mai quel genere di articoli, quindi scusa ma, tanto per non citare Douglas Adams: ADDIO E GRAZIE PER TUTTO IL PESCE.

A presto,
Causticissima.

mercoledì 16 aprile 2014

19 - E' PRIMAVERA



Sì lo so, ci sembrava impossibile ed invece è accaduto. No, non  “di notte su di un ponte/ guardando l'acqua scura/ con la dannata voglia/ di fare un tuffo giù” uh uh. Parlo del sole.  Parlo del tempo, e si sa, il tempo ha un ciclo. No, non quel ciclo, anche perché, per noi poveri umani relegati al terreno dalla forza di gravità, sarebbe quantomeno sgradevole. Altro che le piaghe d’Egitto. Ma non perdiamoci in chiacchere. Parliamo del tempo. Appunto. Del calore che finalmente si irradia sui nostri corpi raggrinziti dal freddo, pronti a schiudersi come bucaneve di città. E come ogni anno eccoti che sbuchi, Maschio Alfa.
Il maschio nostrano. Anzi, il maschietto nostrano. Diciamolo, ti sono scesi i testicoli da pochi anni (mesi?), ammettilo. Bene che ti vada sono un chilometro zero e adesso non vedi l’ora di far fare loro i primi giri di rodaggio. Devo dire che ne hai le prospettive. Infatti, te ne stai ringalluzzito sul prato, disteso sui tuoi stessi abiti, anzi soprabiti, con una tipa. Evento. Hai adagiato i tuoi indumenti sull’erba con maestria per te e la tua bella. Lei chiaramente non si è offerta di sparpagliare i suoi, ci mancherebbe. 
Lì, disteso, limoni. Limoni durissimo. La slingui come un formichiere. Lei si divincola ma tu l’abbracci rassicurante, quasi paterno. Oddio, paterno no... vabbè dai, vi ingrumate. Lo so non è italiano ma passami il termine tecnico friulano. Vi contorcete complici in un abbraccio umido. Blea.
Vorrei non guardare ma è più forte di me. È come quando hai un’afta in bocca, sai che non dovresti stuzzicartela con la lingua ma lo fai lo stesso. D’altro canto la lingua batte dove il dente duole e lei mi sa che ha parecchi denti che le dolgono. Infatti, nonostante io sia posizionata ad una ragguardevole distanza da voi, ti vedo mentre le mastichi in bocca. Da dentro dev’essere piacevole, non c’è dubbio, ma da fuori è disgustoso. Sembri uno che sta recuperando una chewingum inavvertitamente cadutale in bocca, si tratta sicuramente di una Big Babol.
Ti interesserà certamente sapere che di recente ne ho comprato un pacchetto. Per fortuna le ho prese in uno degli innumerevoli giorni di pioggia battente che hanno interessato la nostra regione. Camminavo per strada, facendo le bolle stile dodicenne e per la vergogna mi coprivo il volto con l’ombrello. Forse dovresti farlo anche tu. Ma oggi non piove. Oggi è primavera.
Ti alzi. Vi guardate. Lei ride maliziosa. Indossi una camicia bianca a quadri azzurri ed un paio di jeans trattenuti da una vistosa cintura. La camicia però ti cade fuori dai pantaloni. Disordinata, stropicciata dai minuti di fuoco che hai appena affrontato. Alla fine è lei che ti ha sprimacciato come un cuscino e non viceversa. Fattene una ragione. Ti ci vogliono 5 minuti buoni per riassestarti. Poi lei ti rivolge la parola e dice “secondo me il professore neanche ti fa entrare in aula”. Tu, preoccupato, istintivamente fai quello che ogni uomo farebbe se fosse al tuo posto. Con finta noncuranza rivolgi lo sguardo verso il terreno come in cerca di qualcosa. La scena, non so perché, mi fa venire in mente quella poesia La verità vi prego sull’amore ed internamente te la sciorino:

“Dicono alcuni che amore è un bambino
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
[…]”
.

Tu sembri non voler sentire quello che ti comunico, via etere, con la sola forza del pensiero. Dopo aver finito di sondare il terreno, ti rivolgi lo sguardo addosso, prima sulle scarpe come per accertarti dello stato della loro usura e sporcizia poi… Poi dal luogo in cui si posa il tuo sguardo percepisco un tuo probabile fraintendimento, quasi un lapsus; sì, il tuo pensiero ora mi appare chiaro, praticamente sottotitolato, recita:

La verità vi prego sull’amore.
Dicono alcuni che amore è
un uccello.

Allora sconfitta, ti mando altre parole, via etere, con la sola forza del pensiero: stai tranqui’ frate’, non si vede il durello!

A presto,
Causticissima.


Questo post lo potete reperire anche su http://parolesemplici.wordpress.com/2014/04/14/e-primavera-by-jezebel/

domenica 23 marzo 2014

20 - Lettera aperta a Paolo Nutini



Caro Paolo Nutini,
è inutile che ti giustifichi dicendo che non sai l’italiano perché tu ed io sappiamo che sei lo scozzese col nome meno scozzese di sempre. Non nascondiamoci dietro ad un dito.
Bene, chiarito questo, vorrei dirti un paio di cose. Ti seguo da anni. Fin da quando avevamo 19 anni e tu cantavi These Streets con la tua tracolla a scacchi. Ricordo il giorno in cui ci siamo incontrati ad un concerto. Sì, il tuo. Tu eri alterato da qualche litro di birra suppongo e non mi hai vista tra la folla, o forse si? 
Sai, ogni tanto mi sono chiesta cosa sarebbe potuto succedere se quella sera fossi andata a fare un giro per Tarvisio dopo il concerto? Magari ci saremmo incontrati davvero, ti avrei detto il mio nome, ci saremmo scambiati il numero di telefono e chissà… ma tu mi hai ugualmente trovata, furbacchione.
Voglio dirti che ho apprezzato molto il tuo discreto modo di manifestare il tuo interesse nei miei confronti. E adesso non mi dirai che Caustic Love è un nome che ti è venuto così, dal nulla. Che un giorno ad un orario non ben definito, ti sei svegliato e ti è venuto in mente proprio questo titolo. Ma che strano eh. Invece no, lo sappiamo entrambi che non è un caso. Che la vita non è un caso. Che non è un caso che siamo dello stesso anno. Che non è un caso che anche tu abbia avuto una piccola deriva funk. Che non è un caso che anche tu scriva. Che non è un caso che anche tu, nello specifico, scrivi inni alla vita, alla felicità e al saper star bene. Che non è un caso che tu preferisca i concerti in acustico. Che non è un caso che da quel giorno leggi il mio blog.
Dai, ormai non puoi negare l’evidenza.  Insomma, Paolo, Caro il buon Paolo, caro il mio Paolo, lo hanno capito tutti che una botta me la daresti. Oh, platonica eh… tranquillo, che poi sai che io credo nell’amore da lontano. Infatti, è stato molto bello. Adesso, scusami ma vado ad accendermi una sigaretta.
A presto,
Causticissima.


sabato 15 marzo 2014

21 - IL CICLO DEL NON SONNO



È lunedì sveglia alle 7.00.
Oggi c’è quel concerto.  Vacci Causticissima anche se sei stanca, tanto poi te ne vai alle 11 altrimenti non dormi niente. Poi però il concerto sta per finire e sono le 11.20, ormai che hai fatto 30 fai 31 no? Che te ne vai a fare? La musica finisce alle 11.55 e hai 15 minuti di strada a piedi fino a casa. Oggi è andata così Causticissima ma domani è un altro giorno. Domani dormi.

Il giorno dopo è martedì, sveglia alle 7.15.
Causticissima è ancora stanca dal giorno prima, ma dato che non ha finito quello che doveva fare a lavoro il giorno prima,  riduce la sua pausa pranzo, originariamente di 2 ore, a 30 minuti giusti-giusti per poter ingurgitare un panino e mezzo litro d’acqua. Protrae ulteriormente la sua permanenza a lavoro fino alle 19.30 per un totale di circa 10 ore e mezza in ufficio. Ah ma stasera col cacchio che si fa tardi. Poi però torna a casa e mentre cucina verdure di ogni tipo per avvantaggiarsi con la preparazione dei pasti della settimana, parla coi suoi conqui e si ritrova a letto alle 23.45. Lì, cerca disperatamente di leggere il libro che ha sul comodino da due settimane e che non va avanti. Sì, però non va avanti perché a certe ore, dopo aver letto per tutto il giorno trattati di diritto del lavoro, circolari Inps, Inail ecc la mente non recepisce nemmeno  Nella vecchia fattoria meglio che ti guardi un video, Causticissima.  Un video diventano due video che diventano tre video e due elefanti si dondolavano sopra il filo di una ragnatela…si fa l’una di nuovo.

Mercoledì sveglia alle 6.45 che magari è il caso di lavarsi i capelli e se tu arrivassi prima a lavoro non sarebbe una cosa negativa.
Mercoledì è una giornata sempre pesantissima. Causticissima percepisce la fatica dei primi due giorni della settimana e al contempo ha la consapevolezza che ce ne saranno altri due ancora più pesanti. La sera, tornata dopo 9 ore di lavoro, Causticissima sta a casa ma sul tavolino della cucina vede quei due film che il venerdì precedente aveva preso in biblioteca e che deve restituire due giorni dopo. Uno dei due dura tanonononone per cui opta per quello più breve che comunque comincia a vedere solo alle 22.00. Il film è francese e lentissimo ma anche esaltante… per Causticissima, il suo coinquilino invece, in posizione supina già al secondo minuto, al decimo russa e continua a dormire per tutta la durata del film. Causticissima al contrario è così galvanizzata che dopo la visione si mette a scrivere le sue menate e si fanno le due.

Giovedì, sveglia alle 7.30 per recuperare quella mezz’ora di sonno che non fa la differenza ma crediamoci Causticissima, crediamoci.
Stasera però cavolo si esce eh perché sarebbe già il terzo giorno che vedi solo le mura dell’ufficio e di casa. Ma non facciamo tardi, solo l’aperitivo. L’aperitivo si dilunga e il tempo si dilegua,  torna a casa alle 22.00. Ore 22.08 Causticissima mette piede in camera sua e le si presenta uno spettacolo post nucleare: un’esplosione di vestiti e carte. Tempo di mettere a posto e leggere due cose ed è già di nuovo mezzanotte.

Venerdì, sveglia alle 7.00 in forza delle sette ore di sonno, evento.
Beh venerdì cacchio è l’ultimo e più difficoltoso giorno della settimana lavorativa. Tremila ore FARE-NIGHT a sbrigare adempimenti. Insomma stasera Causticissima esci no? Tutta la settimana a letto come le galline… e si fanno le tre.

È sabato, Causticissima potrebbe dormire ma no! Il suo corpo si sveglia alle 7.
Perché sprecare il primo giorno della settimana  in cui si vive anche la mattina? Causticissima fai quelle trecento cose che ti sei prefissata di fare oggi. Tipo esercitarti con quello strumento, tipo scrivere, tipo fare le lavatrici, tipo stirare, tipo pulire la stanza, tipo cucinare, tipo studiare, tipo ascoltare quel cd, tipo vedere quel tuo amico che non vedi da due settimane, tipo andare al cinema, tipo andare al parco, tipo leggere quel libro, tipo andare in biblioteca, tipo, tipo, tipo… e poi oggi è persino possibile pianificare di uscire, per due giorni di fila per giunta. Minchia oh le fortune. E si va a letto alle 4.30.

Domenica, sveglia alle 9.30 è il caso di rientrare nell’ottica del lavoro.
In realtà, Causticissima avrebbe del materiale da studiare, dovrebbe completare le 297 cose che non ha fatto il giorno precedente, potrebbe starsene a casa. Un condizionale che impregna la giornata. Chepppalle però. Causticissima opta per un tempo presente ed un giro con degli amici ma ci scappa anche una cena e si va a dormire a mezzanotte.


“Lunedì sera, la discoteca
Martedì sera, la discoteca
Mercoledì che mal di testa, ma sono andata alla discoteca
Giovedì sera, la discoteca
Venerdì sera non volevo andarci ma Fabio è venuto a cercarmi e allora sono andata, alla discoteca
Sabato sera, la discoteca
Domenica alla discoteca”

Si vabbé...
È domenica sera, sta per ricominciare il ciclo del non sonno “Ce la posso fare, ce la posso fare,ce la posso fare”

A presto,
Causticissima.